Una storia al giorno

21 Febbraio 2014

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

21 febbraio. Doveva essere la celebrazione per il 21° anniversario dell’ascensione di Sergey Bubka a 6,15, un volo paragonabile a quello organizzato dai fratelli Montgolfier (che non decollarono, affidando il ruolo di primi sfidanti dell’aria a una pecora, a un’oca e a un gallo) o a quello di altri fratelli, Wilbur e Orville Wright, ma notizie molto fresche obbligano a catalogare il ricordo in un repertorio degno di Asimov: il crollo della galassia centrale. Bubka era lo zar di tutte le aste (etichetta molto usata, ma sempre efficace…), era il padrone da trent’anni, sia si gareggiasse con un tetto o senza un tetto sopra la testa, era l’uomo dei 36 record del mondo, delle 43 intrusioni nella dimensione dei 6,00, a partire da quel magico pomeriggio parigino a St Denis, era la solidità e l’abitudine, era tutto quel che si poteva chiedere a un agonista, a un esploratore di nuovi mondi, a un campione che sapeva combinare affari eccellenti con il suo talento, con la sua capacità di gestire i suoi progressi.

E questa corrente continua, questa alta tensione, si è interrotta a casa sua, a Donetsk, nel meeting che lui ha voluto, creato, cullato, cresciuto, un sogno d’inverno che ha evitato di trasformare in incubo quando questo smilzo ragazzo francese, all’apparenza anche più giovane della sua età, ha superato 6,16 sotto i suoi occhi. A quel punto a Sergei non è rimasto che scendere nell’arena, abbracciare Renaud Lavillenie, dichiarare che era nato il suo erede, Meglio, che la Francia aveva prodotto il suo successore, quello che ha saputo spingersi in azzurri spazi che forse lui, lo zar, aveva raggiunto in allenamento. Da anni si favoleggia di un 6,23 superato in allenamento, con una cordicella e non con l’asticella a figurare da check point.

Lavillenie è francese (della Charente), erede di una tradizione nazionale che spedì in cima alla lista di tutti i tempi Philippe Houvion e Pierre Quinon e, prima e dopo di loro, Thierry Vigneron che Sergei ricorderà per quella sera lontana (31 agosto 1984, Olimpico di Roma) quando per dieci minuti, dalle 22,40 alle 22,50, perse scettro e corona e dopo il 5,91 di Tin-Tin, pettinato a caschetto un sovrano del Quattrocento, che andò a sedersi vicino ai sacconi e fumò una Gauloise. Quando arrivò alla cicca, Bubka scavalcò 5,94. Come in un vecchio e bel film con Nick Nolte, addio al re, all’imperatore, allo zar, mutazione slava di Caesar. Il suo dominio è stato infinito.

Giorgio Cimbrico

SEGUICI SU: Twitter: @atleticaitalia | Facebook: www.facebook.com/fidal.it



Condividi con
Seguici su: