Una storia al giorno

15 Dicembre 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

15 dicembre. Avvicinandosi il dì natale di Harold Abrahams (proprio questo, l’anno è il 1899) e con il terrore di scrivere sempre le stesse cose, non è restato che seguire sentieri poco congeniali (almeno a chi scrive…), approdando in rete e finendo per finirne prigionieri, soprattutto nelle maglie avvolgenti di un magnifico filmato degli anni Venti (il titolo è Running with Harold Abrahams), in un bel bianco e nero ben ripulito e con qualche effetto speciale (Harold in giacca e cravatta che si trasforma in Harold in maglietta e mutande) che all’epoca finì per destare scalpore: “Ehi, ma come faranno?”.

Sono cinque minuti che commuovono, nel senso letterale. Perché smuovono i sentimenti, staccano le concrezioni acide che si sono formate sulla nostra anima, attorno al nostro cuore, liberano, riportano l’atletica a un’espressione di normalità perduta. Abrahams non scoppia di muscoli, è alto e magro, ricorda una cicogna. Sam Mussabini gli fa fare un po’ di esercizi (accelerazioni sul posto), compulsa il cronometro, pesca nella tasca della giacca sformata una pistola e, dopo che Harold ha finito di scavare le buchette, gli si piazza alle spalle e spara. L’allenamento di colui che il titolo di testa definisce il più grande corridore sulle 100 yards avviene su una pista che riporta alle pedana di Ann Arbor su cui Jesse Owens saltò 8,13. Il primo aggettivo che viene in mete è accidentata. Il film va avanti per capitoletti: come non si deve partire, la falsa partenza, un tipico arrivo di Abrahams, che era una specie di lungo tuffo.

Nella sua poderosa opera (The complete book of the Olympics), rinnovata ogni quadriennio e ormai giunta a dimensioni di Bibbia, David Wallecinsky offre di Abrahams la più semplice ed efficace delle definizioni: il tipo di atleta che sa raggiungere il picco al momento giusto. Harold scalò il più alto alle 7,05 del 7 luglio 1924, sulla pista di Colombes, quando lasciò a due metri Jackson Scholz, il più pericoloso dei quattro Curiazi americani che avevano guadagnato la finale, con il forte convincimento di poter fare piazza pulita. “Concentrati su due cose, la pistola e il filo di lana: appena quella spara, corri come un dannato sino a spezzarlo”, fu l’ultimo consiglio – molto pragmatico e tecnicamente poco raffinato – che gli venne impartito da Mussabini. Tutto eseguito alla perfezione, specie nella seconda parte di una gara “alla quale - raccontava Abrahams - mi ero avvicinato come marciassi verso il patibolo”. Si ritirò l’anno dopo, senza un ripensamento.

Commentatore radiofonico, scrittore, statistico e presidente della federazione britannica, morì all’inizio del ’78 e così non fece in tempo a precisare che una delle scene più belle e febbrili di “Momenti di gloria” non ha senso: non fu lui a stabilire il record del Gonville e Caius College di Cambridge (correre attorno al cortile nel tempo concesso dai dodici rintocchi dell’orologio della grande torre), ma David George Brownlow, Lord Burghley, sesto marchese di Exeter, oro nei 400hs ad Amsterdm 1928, e più tardi presidente della Iaaf. L’aristocratico non accettò la licenza di Hugh Hudson e si ostinò a non assistere mai al film che nel 1981 aveva conquistato il premio Oscar.

Le tre parole che divennero il titolo del film sono bibliche, tratte dl libro dei Re, usate in un poema dal visionario William Blake e finite in uno degli inni più amati della Chiesa inglese, Jerusalem. Rinnovano la commozione provata durante quel vecchio, dolcissimo filmato che viene dalle profondità del tempo.

Giorgio Cimbrico

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