Una storia al giorno

04 Dicembre 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

4 dicembre. Quando stanno per iniziare le celebrazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, è il momento di concedere un piccolo spazio a chi dalla Grande Guerra non tornò, caduto sul fronte italiano il 4 dicembre del ’15, quando mancavano poche ore all’esaurimento della quarta battaglia dell’Isonzo, un tale logoramento, costato decine migliaia di perditei, che aveva fatto esclamare a Luigi Cadorna, comandante in capo delle truppe italiane: “La guerra finirà per esaurimento di uomini e di mezzi. E’ spaventoso, ma è così”.

Tra i morti sul maledetto monte san Michele, teatro di furiosi combattimenti sin da giugno, quando italiani e austroungarici aveva iniziato a fronteggiarsi in scontri di logoramento, c’era anche Lajos Gonczy, ungherese di Szeged, nel primo anno del conflitto impegnato sul fronte orientale, in Galizia, dove gli Imperi Centrali affrontavano lo sterminato e disorganizzato esercito russo.

Al momento della morte, che alcune fonti danno avvenuta a Doberdò sul Lago e non su quelle balze insanguinate, Lajos aveva 34 anni e un bizzarro passato di atleta olimpico, iniziato in verdissima età, a Parigi 1900, quando saltò 1,75 e finì terzo dietro all’americano Irving Baxter, che stradominò con 1,90, e all’irlandese Patrick Leahy, per forza di cose membro della squadra britannica. Quel giorno la fortuna fu dalla sua: due americani – William Remington e Walter Carroll - fedeli al precetto “mai di domenica”, non scesero in pedana.

Quattro anni dopo, Lajos fu uno degli europei che si sottopose all’interminabile trasferta via mare e via terra alla volta di St Louis, che odorava ancora di frontiera. La storia, tinta di leggenda, racconta si fosse portato come bagaglio appresso una scorta di vino rosso, con la quasi certezza che fosse l’ottimo e robusto Sangue di Toro magiaro. I dirigenti gli confiscarono le bottiglie, Lajos se l’ebbe a male e in gara non riuscì a scavalcare quota 1,77 che lo avrebbe confermato sul podio, non ai piedi come gli toccò. Alcuni giorni dopo, in una gara ad handicap priva di ufficialità, toccò la quota più alta da lui raggiunta saltando 1,88 e chi corse ad abbracciarlo giura che il suo alito testimoniasse che era riuscito a scovare le bottiglie che gli erano state sequestrate.

La sua avventura sarebbe finita ai Giochi ufficiosi di Atene 1906: secondo, ancora con 1,75, una quota che gli riusciva in ogni condizione, sotto ogni cielo. Di lì a otto anni il suo nome sarebbe finito nelle liste di arruolamento dell’Imperiale e Regio Esercito di Francesco Giuseppe.

Giorgio Cimbrico

SEGUICI SU: Twitter: @atleticaitalia | Facebook: www.facebook.com/fidal.it

VOTA L'ATLETA DELL'ANNO



Condividi con
Seguici su: