Una storia al giorno

12 Settembre 2013

Persomaggi e vicende dell'atletica di sempre

12 settembre. Come è facile scrivere sia stato un segno del destino. Una congiunzione casuale, è meglio. Rimane la solidità di un fatto: nel 1979 Pietro Mennea corre in 19”72 (e oggi in tutta Italia viene onorato e ricordato), lo stesso giorno che, 66 anni prima, coincide con un Natale dell’atletica.

“Il mio piede sulla pista è solo una frazione del tempo”: e ora questa frazione è diventata lunga un secolo, quello passato dalla venuta al mondo di James Cleveland Owens, 12 settembre 1913 a Danville, Alabama: i genitori raccoglievano cotone da liberi, i nonni raccoglievano cotone da schiavi. Lo raccolse anche lui e da quelle radici non gli fu facile liberarsi nell’America in cui la pelle scura era una linea di confine difficile da valicare per un’intolleranza che abita nelle fibre. L’eroe di quegli anni di miseria e di riscatto, il paladino che sconfisse la Grande Depressione, Franklyn Delano Roosevelt, non lo invitò alla Casa Bianca e nel 1936, il suo anno mirabile, non fu Owens a essere premiato ma Glen Morris, vincitore del decathlon olimpico di Berlino. Bianco. Era andata così anche nel 1935: Jesse aveva firmato sei record del mondo in un’ora o poco più, aveva varcato la frontiera degli 8 metri nel salto in lungo, ma il campione dell’anno era stato Lawson Little, giocatore di golf. Bianco.

 Non toccare la donna bianca: quando in California lo fotografarono mentre chiacchierava con una ragazza dalla pelle diversa, un giornalista di Cleveland lo chiamò: “Ehi, sappiamo che hai una relazone con Ruth Bolomon e che avete anche una figlia. Sposala”. Jesse la sposò il giorno dopo. Gareggiava per l’Università dell’Ohio (non il massimo dell’integrazione) e provava ad arrotondare con qualche lavoretto: ascensorista, quel che capitava. “Non è un dilettante”, cominciarono a tuonare. E lui mise assieme 150 dollari e li diede indietro. E così suona strano rivederlo in quelle vecchie foto sempre sorridente o ricorrere alle memorie di chi lo conobbe a Berlino e lo descriveva come un ragazzo allegro, sereno. Era sereno quando correva ed è sufficiente rivederlo quando all’Olympiastadion vince i 200: azione in piena souplesse, con poca fase aerea, quasi uno scivolare sulla terra rossa: 20”7 lui, il secondo, Mack Robinson, a quattro decimi, un abisso.

Qualcuno pensa sia stato il più grande della storia. Non dell’atletica, ma di tutto lo sport. Gareggiò poco e diede il suo meglio (che era l’assoluto) tra i 22 e i 23 anni. Dopo, c’era la vita da affrontare, specie per chi, come lui. non aveva alle spalle la sicurezza dei “magnifici dilettanti” che venivano dall’est. Bianchi. La storia, e la leggenda che l’ha seguita, è stata scritta in due luoghi: Ann Arbor e Berlino, tutto tra il 25 maggio 1935 e il 9 agosto 1936. In Michigan, durante un incontro tra le Big Ten, le dieci università del nordest, liquidò in un’ora i record del mondo delle 100 yards, dei 200 e delle 220 yards sia in piano che con gli ostacoli, e del  lungo atterrando a un mostruoso 8,13 utilizzando una pedana che pareva un sentiero di campagna. Aveva mal di schiena e si sentiva un po’ rigido. Il suo giorno dei giorni.

Poco più di un anno dopo, ai Giochi, visse e offrì la settimana delle settimane lasciandosi alle spalle le tre sconfitte che in patria aveva subito dal compaesano Eulace Peacock: il 3 agosto i 100 in10”2, il 4 agosto il lungo con 8,06, il 5 agosto in 200 in 20”7, il 9 agosto la 4x100 in 39”8, record del mondo in compagnia di Ralph Metcalfe, detto l’Espresso di mezzanotte, Foy Draper e Frank Wykoff. Dal quartetto furono esclusi Sam Stoller e Marty Glickman, di religione ebraica.

La storia di Adolf Hitler che, seccato che un negro (a quei tempi si diceva così: vedi titoli della Gazzetta dello Sport) fosse diventato il simbolo dei Giochi di regime, non si sia complimentato con lui, è una fandonia. Nel primo giorno dell’atletica il Fuhrer ebbe un cordiale incontro con Hans Woellke, tedesco vincitore del peso, ma evitò di salutare Cornelius Johnson, californiano di pelle scura che aveva vinto il salto in alto. Henri de Baillet Latour, presidente del Cio, chiese un incontro con il Cancelliere e disse a muso duro: “O lei stringe la mano a tutti o a nessuno”. Hitler scelse la seconda opzione.
Al ritorno a casa ebbe il solito trionfo cosparso di pioggia di coriandoli e di strisce di carta ma si trovò presto alle prese con i soliti problemi di vita. Corse contro cavali, cani, motociclette, locomotive, provò a organizzare una catena di lavanderie ma si ritrovò con un “rosso” di 114.000 dollari e fu costretto a cambiar rotta. Divenne oratore con un repertorio imperniato su temi sicuri e popolari: la religione, il patriottismo, la strategia per avviare un’attività commerciale, lo sport per i giovani. Raccontano che un giorno, al termine di garette giovanili, lodasse un ragazzino che non sembrava particolarmente promettente ma che si era dato da fare: “Prendete esempio da lui”. Era un piccolo Carl Lewis che nell’84 a Los Angeles inseguì e centrò il poker berlinese di Jesse. Lui, impenitente fumatore, era scomparso quattro anni prima a Tucson. Aveva 66 anni e oggi, vivissimo, sta per compierne 100. Eterno.

Giorgio Cimbrico



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