Una storia al giorno

28 Agosto 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

28 agosto. Dieci anni fa, in fondo al Grande Caldo di un’estate spietata, Giuseppe Gibilisco, siracusano come Archimede,  inventò qualcosa che non abbiamo dimenticato e che può esser sintetizzato in quello che un vecchio amico – Guido Alessandrini – disse prima che ci calassimo a battere sui nostri modesti cembali scordati: “Un italiano campione del mondo di salto con l’asta: ora abbiamo visto anche questo”. Ci avrebbe atteso una lunga notte vicino alla Torre Eiffel per festeggiare questo giovanotto dal viso di pietra e dai sentimenti profondi, alti quanto gli azzurri spazi che sapeva scalare.

Fu una gara durissima, bellissima, spietata, scandita da decisioni degne di un tavolo da poker su cui si ammucchiavano le puntate. Decisioni coraggiose dovevano esser prese per intascare la posta, buttarla nel capello a larghe tese come facevano i cowboys. Giuseppe la prese dopo aver fallito due volte 5,75 e aver sentito addosso la sensazione di dover finire spettatore di quel che rimaneva del lungo thriller girato allo Stade de France di St Denis. Quando, all’ultima prova che gli rimaneva, andò al di là di 5,80 anche chi non è disposto a buttar soldi in azzardi e scommesse, capì che quella era la sera giusta per puntare su quel cavallo vincente, non piazzato.

Dall’alto di una tribuna o a distanza di dieci anni è facile pensare o scrivere che quel 5,80 fu liberatorio, catartico. Di certo, di solido vennero le sue rincorse, le sue azioni in aria, i suoi valicamenti: dopo che la sirena del pericolo aveva emesso un suono lacerante, tutto sembrava scontato, agevole, perfetto: 5,85, 5,90 così, senza assist della sorte. Gibilisco aveva calato le sue carte: per gli altri che tentarono l’iperbole del bluff furono la mano che non perdona.

Okker Brits, il lungagnone sudafricano, fallì 5,90 e tenne due salti a 5,95; Dmitri Markov, massiccio bielorusso dvenato australiano, uno dei pochi del circolo dei sei metri, seguì lo stesso percorso, ma con un solo salto ai 5,95 che avrebbero sovvertito quanto in realtà era già scritto. Furono ore belle, eccitate: Beppe camminò sulla spalletta della Senna come un Pierrot lunare, come un funambolo, mentre Vitali Petrov raccontava che il salto con l’asta è un miracoloso convergere di vettori di forza e di abilità. E l’indomani ebbe l’omaggio cartaceo dei giornali francesi: come Bartali, come Coppi, un altro italiano aveva trionfato a Parigi.

Un anno dopo, ad Atene, un Beppe reduce da problemi fisici avrebbe offerto un miracolo non dissimile inventando 5,85 e materializzando una medaglia di bronzo. E’ l’ultimo italiano che ha conquistato un titolo mondiale e a Mosca il suo ricordo di Mennea ha rivelato tutta la profondità dei suoi sentimenti, la sua sensibilità, il suo amore per un mondo. Questo.

Giorgio Cimbrico

File allegati:
- Le FOTO dei Mondiali di Parigi 2003


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