Una storia al giorno

07 Agosto 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

7 agosto. Trent’anni fa I Mondiali escono dall’incubatrice e dalla culla, iniziano a camminare con le gambe, perfetto per lo sport che interpreta le attitudini di chi vive sulla superficie del pianeta. Giusto che la prima tappa sia a Helsinki, teatro di imprese grandiose, e in Finlandia, la terra di generazioni che sono rimaste infisse nell’atletica come le betulle di questo austero grande nord. Da allora, Roma, Tokyo, Stoccarda, Goteborg, Atene, Siviglia, Edmonton, Parigi, ancora Helsinki (unica città che li abbia avuti due volte in sorte), Osaka, Berlino e, due anni fa, il non luogo di Daegu. Ora, fra tre giorni, Mosca e il ritorno in un alveo geografico e storico normale, appassionato, ricco di nostalgie.

I Mondiali sono stati la creatura più compiuta e ambiziosa di Primo Nebiolo che, concependoli, volle proclamare la sua potenza. Con amici sparsi in ogni sfera politica, in ogni schieramento, al di là e al di qua di muri e di confini più o meno armati, lui non subiva boicottaggi, globalizzava ante litteram, firmava cospicui pacchetti di diritti tv, dimostrava ai signori degli anelli di Losanna l’impatto totale dello spettacolo e del cast che lui, l’Impresario, poteva portare in scena. I Campionati come strumento di forza, almeno sino a quando il vecchio patriarca è rimasto in scena. Fosse stato ancora vivo, sarebbe svenuto di gioia entrando per la prima mattina di gare a Sydney 2000 e contando 105.000 spettatori per le batterie dei 100 e la qualificazione del peso. E, se ormai vegliardo, giusto un anno fa, fosse stato seduto nella tribuna Vip della Stratford londinese, avrebbe annotato giorno dopo giorno il milione e 800.000 raccolto in 22 sessioni. Dopo finte ritrosie, avrebbe ammesso che l’Olimpiade è l’atletica. E viceversa.

Trent’anni non sono i 117 passati dalla rifondazione decoubertiniana, ma sono stati sufficienti a lasciare tracce profonde. La domanda è: quale è stata la più profonda? Oggi è di moda aprire dibattiti attraverso quelli che sono stati battezzati social media e che chi scrive non frequenta non per accentuato o irreversibile snobismo, ma semplicemente per coerenza alla propria appartenenza anagrafica e per stretti e amorosi legami con un passato che non c’è più, quello a cui ci si attaccava a un telefono e si dettava disperatamente sperando che tutto quel che rimaneva inciso su un nastro avesse un senso o non venisse stravolto da immancabili anacoluti, figli della fretta.

Una prima scontata risposta c’è: il duello Powell-Lewis a Tokyo ’91, quello finito 8,95 a 8,91 con w piccola accanto alla misura di Carl. Solo che la memoria è un caleidoscopio: un giro al tubo e le pietruzze colorate, grazie a una sorta di ars combinatoria, possono offrire infinite variazioni degne di Mozart, farci sprofondare in una dimensione spazio-temporale accompagnata da sensazioni provate sula pelle, che non sono state cancellate dal progredire degli anni.

E così, dal caldo africano di Siviglia ’99, sbucano Hicham El Guerrouj che mata i tre toreri spagnoli. Michael Johnson che brucia il giro in attesa di fare altrettanto con il mezzo e Fabrizio Mori che offre il suo miracolo che i francesi che si incazzano provano a inquinare; sotto il cielo color indaco di Goteborg nasce la domenica benedetta domenica di Michele Didoni e di Fiona May e la meraviglia lunga 60 piedi di Jonathan Edwards; dall’estate rovente del 2003, finalmente attenuata in quelle sera parigine, viene recapitata l’invenzione degna di un Archimede del suo paesano Beppe Gibilisco; l’eterna, spietata pioggia di Helsinki si interrompe giusto per un pomeriggio luminoso, per permettere lo show a Yelena Isinbayeva; dall’Olimpico romano, ancora nel formato che abbiamo amato, l’onda del ricordo porta la volata sporca di Ben Johnson, il volo di Stefka Kostadinova e, negli stessi minuti, l’ultimo grande traguardo di Maurizio Damilano. E dalla fortezza in pietra cruda dell’Olympiastadion di Berlino esce la luce più abbagliante del Lampo Usain Bolt. Quasi fulmini di Zeus.

E’ un ripassare la lezione, è un accorgersi di aver buttato giù quel che un tempo veniva chiamato Bignami (il librettino che riassumeva in sommi capi un anno di studi trascurati), è un rendersi conto di quanto il mondo sia cambiato (Ddr e Urss non ci sono più, l’Africa non era così dominante, di certi piccoli stati che hanno avuto le loro glorie si conosceva a malapena l’esistenza), è la presa di coscienza di aver confezionato un prodotto molto simile a una forma di gruyere in cui sia entrata troppa aria: più buchi che sostanza. Capita quando si parla, si scrive, si discute di una faccenda molto amata e le sensazioni hanno il sopravvento sull’ordinato e sedimentato corso degli eventi, delle statistiche, della collezione di medaglie. Il tempo che passa è un fascio di luci.

Giorgio Cimbrico



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