Una storia al giorno

30 Luglio 2013

Vicende e personaggi dell'atletica di sempre

 

30 luglio. David George Brownlow Cecil Lord Burghley, sesto marchese di Exeter, cavaliere comandante dell’Ordine di San Michele e di San Giorgio: basta la serie dei nomi imposti al fonte battesimale, dei titoli nobiliari e degli onori reali concessi per rendere molto speciale la giornata che intende ricordare l’85° anniversario della medaglia d’oro dei 400hs, conquistata da uno dei personaggi che attraversarono un lunghissimo tratto dell’atletica del XIX secolo e i suoi profondi cambiamenti. Per meglio cogliere tutte le sfaccettature, meglio procedere a ritroso nel tempo.

All’inizio degli anni Settanta il marchese, presidente della Iaaf per quasi un trentennio, ammonì gli atleti: “Attenti, finirete come manichini in una vetrina”. Era il periodo in cui giungevano richieste di apertura, di lungimiranza e il Cio concesse i 7 dollari al giorno per mancato guadagno che erano ridicoli e ipocriti. Ma Exeter, che era aristocratico, colto e capace di analisi, aveva visto più in là: gli era apparsa - più che in un sogno, in un incubo - una piramide di denaro, sempre più alta, destinata a chi si fosse adattato alla nuova dimensione, con una vita sportiva protratta oltre i limiti naturali e con tutto quel che ne consegue, con un pubblico sempre più vasto e sempre più grossolano.

Poco tempo prima, era il ’68, era finito, suo malgrado, in una delle immagini più potenti proposte dallo sport, così potente da sconfinare nella storia tout court: il podio dei 200 a Città del Messico. Con gravi problemi di deambulazione, aveva calcolato il tempo in cu avrebbe potuto reggersi in piedi senza bisogno delle grucce ma divenne il problema meno lancinante quando Smith e Carlos alzarono il pugno guantato. Se si allarga la vede, lui è là sotto, rigido, immoto. E qualcuno osservò quanto può essere beffardo il destino: proprio al vecchio campione di sangue blu era toccato il momento più alto e aspro della protesta nera.     

I Giochi sempre nel suo destino, nella sua vita. Se nel 1908 era toccato a Lord Desborough il ruolo di vertice del comitato organizzatore di un’Olimpiade londinese che riuniva anche l’Esposizione Franco-Britannica, e nel 2012 quella parte sarebbe toccata a Lord Sebastian Coe, l’edizione austera del ’48, in una città ancora duramente segnata dalla guerra, ebbe a capo Burghley, durante il conflitto governatore di Bermuda. Diventa inevitabile ricordare l’episodio che si svolse in un antico negozio di trofei nel centro storico di Genova: Luigi Facelli - avversario e amico in una lunga serie di faccia a faccia, saga che qualcuno etichettò “Il Principe e il Povero”-  aveva ricevuto una lettera dal comitato organizzatore e chiese quale fosse il contenuto: un tipo che sosteneva di conoscere l’inglese gli disse che il suo amico lo salutava e poco altro. In realtà era l’invito per assistere ai Giochi.

La rivalità con Luison di Acqui Terme – una magnifica foto li ritrae di profilo mentre si stringono la mano – porta agli anni Venti, l’età della sua giovinezza, dei suoi successi, delle sue stravaganze. Il marchese apparteneva in pieno al periodo dei “Momenti di Gloria” girata di Hugh Hudson ma fu uno dei pochi britannici a rifiutarsi di vedere il film dopo che gli era stato riferito della sequenza in cui Harold Abrahams batte il record della Great Court. Quel record – che consisteva nel percorrere il perimetro del cortile nel tempo in cui la torre campanaria del Trinity College di Cambridge batte i dodici rintocchi di mezzogiorno – lo aveva firmato lui, nel 1927 e non nel 1924. E non era vero nemmeno che si allenasse ponendo calici colmi di champagne sugli ostacoli per verificare la bontà del suo passaggio. “Non lo avrebbe mai sprecato in quel mondo”, commentò sua figlia, Lady Victoria Leatham che in questa storia entra come un personaggio di Evelyn Waugh. Burghley stesso apparteneva a quella sfera di eccentrici, di snob, di eredi di Phileas Fogg, pronti ad accettare qualsiasi tipo di scommesse: una lo portò a correre attorno ai ponti della Queen Mary non in mutande e maglietta, ma pronto per l’aperitivo.

Ad Amsterdam Burghley vinse in 53”4, lasciando a due decimi gli americani Cuhel e Taylor, oro a Parigi. Sesto finì Facelli. A Los Angeles, quattro anni dopo, firmò il miglior tempo della sua vita (52”2) ma fu quarto e  con un certo disappunto: il titolo andò a Robert Tisdall, studente di Cambridge come lui, che aveva deciso di correre per il neonato Stato Libero di Irlanda. Facelli, quinto, questa volta gli arrivò molto vicino.

Giorgio Cimbrico



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