Un giorno, un'impresa

13 Luglio 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

13 luglio. Oggi Sergei Bubka festeggia i 28 anni delle sue nozze con un’asticella posata a 6,00. In lettere fa più effetto: sei metri. La ricorrenza porta a ripensare ad altri momenti in cui muri sono stati scalati, cancelli superati, limiti spostati, e i primi che vengono in mente portano le date del 18 maggio 1912 (2,00 di George Horine), del 25 maggio 1935 (8,13 di Jesse Owens), del 6 maggio 1954, quando Roger Bannister doppio il capo dei 4’ nel miglio.

Quel prodigio, quell’impresa dell’uomo volante che veniva da una città dell’Ucraina che si chiama Lugansk e che prima, come Voroshilovgrad, rendeva onore a un maresciallo staliniano, ebbe come teatro lo stadio parigino intitolato al piccolo e coraggioso Jean Bouin e si risolse in realtà in una faccenda piuttosto rapida: Sergei scavalcò 5,70 alla prima prova, 6,00 alla terza e fu tutto. Vitali Petrov, che era un allenatore consapevole, diventò un molto uomo felice. Erano le 18,44 e da quel momento il lavoro passò ai giornali, alle televisioni: Bubka diventò lo Zar di tutte le aste ma qualcuno, riesumando i tempi della Guerra Fredda, lo battezzò anche Sputnik.

Sergei era comparso dal nulla nell’estate di trent’anni fa a Helsinki, spuntandola da sconosciuto ai neonati Mondiali.  Raccontano che Igor Ter Ovanesian avesse scelto due carneadi (lui e il saltatore in alto Gennadi Avdeyenko) dimostrando di avere eccellente fiuto e raccontano anche che il posto in squadra venne definitivamente conquistato dopo un test allo stadio di Leningrado, ora San Pietroburgo. Pare che in quell’occasione fosse già stato capace di valicare 5,90 quando il record mondiale era fissato otto centimetri più in basso. Storia e leggenda possono mischiarsi anche di fronte a un contemporaneo.

A Parigi Sergei era padrone da un anno ma aveva perso lo scettro la sera del 31 agosto 1984 all’Olimpico quando Thierry Vigneron aveva saltato 5,91. Una faccenda di pochi minuti: lui aveva replicato con 5,94 e dopo aver assistito ai tre assalti del francese contro 5,97, per la prima volta era andato a sfidare la barriera. Respinto, ma ancora per poco.

La sua densità (35 record mondali all’aperto e al coperto, con un tetto assoluto di 6,15 toccato a casa, a Donetsk) va a fianco della quasi sterminata durata e dei picchi regalati in occasioni importanti (6,00 ai Mondiali di Stoccarda, 6,01 a quelli di Atene), della collezione di titoli iridati: sei all’aria aperta, quattro indoor. Solo l’Olimpiade si rivelò un’arcigna maestra: non gli fu permesso gareggiare nella boicottata Los Angeles, in una nuvola d’ira si autoeliminò a Barcellona e uscì in barella, con un tendine lesionato, ad Atlanta. Solo Seul fu benevola, regalandogli quell’oro che non poteva mancare nei domini dello Zar di tutte le aste. Chi aveva creato quel titolo, aveva visto giusto. Un sovrano. 

Giorgio Cimbrico



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