Un giorno, un'impresa

07 Luglio 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

7 luglio. Proviamo a non avere mai visto “Momenti di Gloria” e tentiamo di ricostruire come andarono veramente le cose quel pomeriggio d’estate del 1924 allo stadio parigino di Colombes, quando Harold Abrahams diventò il primo britannico a conquistare l’oro olimpico dei 100.

Innanzitutto, l’aspetto fisico: Ben Cross, che interpreta Harold, è di statura media ed è un normotipo, mentre il vero Harold era alto, altissimo per l’epoca, 1,86 e con gambe lunghe. E’ intuibile in una bella foto scattata nel 1923 a Wembley appena costruito, campo di gara per il match tra la squadra “combinata” di Cambridge e Oxford opposta ai “colonials” di Harvard e Yale, quando stringe la mano al duca di York, il futuro Giorgio VI, in lobbia e bastone da passeggio.

Stando al film, sembra che Abrahams sia catapultato in un mondo a lui sconosciuto ma in realtà, senza troppa fortuna, aveva già preso parte ai Giochi di Anversa. E non è esatto che si accosti alla finale dei 100 nella delusione per aver fallito i 200 che, in realtà, vennero corsi due giorni dopo, il 9 luglio, con una prova in effetti non esaltante: sesto e ultimo in 22”3, staccato di sette decimi da Jackson Scholz, medaglia d’oro. Di autentico, sullo schermo, c’è il senso di pressione che finì per sentire rovinargli addosso nelle tre ore che divisero la semifinale dalla finale. Più tardi confessò che sentiva di essere come un condannato a morte che si avvicinava al patibolo. Ma era anche animato da una determinazione che era cresciuta nei turni eliminatori, passati firmando una coppia di 10”6 ed eguagliando il record olimpico.

Anche se in tempi ristretti per naturali motivi di durata, il film è fedele nella ricostruzione del viaggio tecnico di avvicinamento ai Giochi. Sam Mussabini, un allenatore che quasi un secolo fa doveva apparire un paio di anni luce avanti e che aveva già portato all’oro olimpico il giovane sudafricano Reggie Walker a Londra 1908, era attento a problematiche ignorate dalla schiacciante maggioranza dei suoi colleghi: la lunghezza della falcata, il numero dei passi, la cura della forza da ricercare in allenamenti su superfici improbe. “Lo sparo e la corsia: quando lo senti, corri come un dannato per divorarla”: il precetto finale di Mussabini è molto simile alla raccomandazione di Ian Holm. Molto vicina alla realtà anche la finale, offerta più volte al rallentatore: dopo una lunga fase di equilibrio, Abrahams fu il più veloce dei levrieri nell’inseguimento della lepre e vinse per un metro, malgrado il cronometraggio abbia decretato un successo più largo: Harold 10”6 (per la terza volta nell’arco di ventiquattro ore, con un orologio centesimale che gli attribuì un ufficioso 10”52), Scholz 10”8, Arthur Porritt 10”9: il neozelandese che mise le mani sulla medaglia di bronzo, approfittando della non tonante giornata di Charles Paddock e Loren Murchison, sarebbe diventato chirurgo della Casa Reale e governatore generale dell’arcipelago dall’altra parte del mondo.

Al ritorno dai Giochi Harold andò in pista a Stamford Bridge per il match tra Impero Britannico e Stati Uniti e fu secondo in staffetta e nel lungo, lo stesso piazzamento che ottenne qualche giorno dopo nel confronto tra il club Achilles e i Dominions britannici. Proprio nel lungo conquistò il suo ultimo titolo inglese e chiuse la sua carriera, nell’aprire del ’25. Quel 6,70 e l’infortunio che ne seguì furono i suoi ultimi Momenti di gloria. Aveva trovato il meglio di se stesso nella giornata più importante e poteva bastare così. Più tardi, giornalista, statistico, commentatore, presidente dell’associazione atletica, sarebbe diventato mentore di Roger Bannister: non è inquadrato nel famoso gruppo fotografico del primo sub 4’ nel miglio solo perché era appostato qualche metro prima del traguardo.

Un ladro (gli aggettivi sono affidati al giusto sdegno del lettore…) lo privò della medaglia senza che venisse più ritrovata. Se è in qualche collezione privata, si trasformi in un oggetto con gli stessi poteri di quelli ritrovati nella tomba di Tutankhamen.

Giorgio Cimbrico



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