Un giorno, un'impresa

20 Giugno 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

20 giugno. Sedici anni fa, a Kampala, la morte di John Akii-Bua, l’uomo per cui solo un aggettivo può esser pescato e proposto: magnifico. Per chi ha l’età e la memoria giuste, John rimarrà quello che corse due volte i 400hs in un succedersi rapidissimo, prima per diventare campione olimpico e primatista mondiale, poi per festeggiare, sventolando la bandiera dell’Uganda e superando ancora le dieci barriere con divina facilità in un applauso che trasformò l’Olympiastadion in un catino delirante.

“Quando mi comunicarono che dovevo correre in prima corsia, mi dissi: sei morto, sei fregato”, raccontava. Per dirla tutta, era cresciuto, era la novità, ma non era il favorito. Le quote davano forti chances di bis a David Hemery, detto Drake, il nasuto inglese che aveva spazzato gli americani quattro anni prima a Mexico City demolendo di otto decimi il record mondale. In seconda battuta, Ralph Mann, Usa. Hemery partì con una cadenza anche maggiore di quella espressa nel suo giorno dei giorni e passò a metà gara in uno strabiliante 22”8, ma quando sbucò sul rettilineo una breve occhiata lo fece precipitare nel panico: Akii-Bua era finito nelle pastoie della corsia tracciata a ridosso della corda e gli era addosso. Finì per rompere come un povero trottatore e perdere la medaglia d’argento per un centesimo, lontano da quel nerissimo ed elegantissimo campione che andò a varcare i cancelli dei 48”: quel 47”82 avrebbe resistito sino a un’altra finale olimpica, quella di quattro anni dopo, e all’avvento dell’uomo di Dayron Edwin Moses, una gara che John non avrebbe corso dopo il boicottaggio dei paesi africani ai Giochi di Montreal, lanciato per protestare contro l’atteggiamento di molti paesi nei confronti del Sudafrica della più violenta e oscura apartheid.

E così la distanza dominata agli americani e amata dai britannici, finiva nelle mani di un antico suddito di un Impero ormai disgregato. Gli aspetti più folkloristici vennero immediatamente in superficie: il padre, sicuramente di stirpe regale, aveva otto mogli e aveva messo al mondo 43 figli. John, poliziotto, si era dedicato al decathlon e ai 110hs prima di abbracciare il giro di pista sotto la guida del britannico Malcolm Arnold.  Dopo il trionfo bavarese, venne a correre la Cinque Mulini e arrivò solidamente ultimo, immerso nella gioia di chi voleva festeggiarlo, toccarlo.

La sua non è stata una vita né lunga né facile: ebbe contrasti e difficoltà con Amin Dada e del dittatore folle che si faceva chiamare ultimo re di Scozia conobbe anche le prigioni, così come era finito in quelle del Kenya dopo la sua fuga senza documenti. Dopo un lungo auto-esilio in Germania riuscì a tornare in Uganda per morirvi a 47 anni, dopo lunga malattia, e avere l’omaggio dei funerali di stato.

Giorgio Cimbrico



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