Un giorno, un'impresa

18 Giugno 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

18 giugno. Il primo dei sei record del mondo di Valeri Brumel venne al Lenin di Mosca, tre giorni prima che iniziasse l’estate del 1961: finì di cancellare John Thomas che, all’Olimpico di Roma, già era finito nella morsa di Robert Shavlakadze, baffuto georgiano, e di questo 18enne siberiano che, avvicinandosi ai Giochi, si era migliorato di 9 centimetri. Per gli americani l’oro di Thomas era già nel sacco prima di cominciare: non andò così. E ora a cadere toccava al record che Valeri elevò di un centimetro, da 2,22 a 2,23, in fondo a una gara perfetta che, curiosamente, poteva interrompersi a 2,08, quota superata solo al terzo tentativo. Dopo il record, Valeri concesse i primi assalti della storia a 2,30, a meno di cinquant’anni dal primo 2,00 ad opera di essere umano. Era in un dannato anticipo e finì sotto il controllo spietato degli dei.

Valeri, più dl altri, fu il simbolo di uno sport sovietico opposto nella sfida a quello americano negli anni più ispidi della Guerra Fredda, della crisi di Cuba, della corsa allo spazio, della minaccia nucleare: tre dei suoi sei record mondiali (sino al fantastico 2,28 del 21 luglio 1963, ancora a Mosca) vennero nel corso di incontri tra Urss e Usa che finivano per assumere altro aspetto, significato, sostanza di un match di atletica. Il fato gli concesse poco tempo: quasi ne avesse avuto sentore,seppe sfruttarlo, soprattutto nelle due annate perfette, il ’62 e il ’63, lungo le quali scavò tra sé e il mondo un fossato profondo, quasi definitivo nelle misure, totale nell’interpretazione di uno stile – inutile sottolineare fosse un ventrale calligrafico - che ebbe in lui il Lord, il signore assoluto, il teorico, l’applicatore, l’agonista.

Valeri era originario di una sperduta località siberiana, Tolbuchino, erede di una famiglia baltica là trasferitasi quando prese il via la campagna staliniana della colonizzazione delle terre vergini e, con essa, la promessa di stipendi più alti. Era nato in piena guerra patriottica, la seconda guerra mondiale, e anche lui alla rodina (la patria) seppe offrire qualcosa: la sua raffica di record mondiali, un magistero che solo Volodja Yashchenko, cosacco di Crimea, ultimo interprete del ventrale, portato via, giovanissimo da un male pescato nella bottiglia di vodka, ha saputo avvicinare. Tremò solo a Tokyo quando conquistò la sua unica medaglia d’oro, raggiunta dopo una balbettante qualificazione e una decisione finale affidata al numero di falli: lo sconfitto fu ancora Thomas, unlucky loser.

L’avventura era già avviata verso la notte: lo schianto arrivò la sera del 4 ottobre 1965, su una di quelle enormi prospektive moscovite, umida di pioggia. La moto era guidata da Tamara Golikova, campionessa delle due ruote, Valeri era sul sellino del passeggero. Tamara ne uscì indenne, Valeri no: il piede destro, quello dello stacco, era attaccato alla gamba da filamenti di pelle. Da allora, dopo speranze spazzate via dalla crudeltà dell’evidenza, la sua vita diventò un calvario. A poco più di sessant’anni è finita.

Giorgio Cimbrico



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