Un giorno, un'impresa

15 Giugno 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

15 giugno. La scomparsa di Andrew Stanfield, nell’85, spazza via il primo gigante dello sprint. In un’età di velocisti dalla complessione tutto sommato normale, Andy esibiva un fisico degno dei “razzi” dei nostri giorni: 1,87 per un’ottantina di chili per il campione nato nella capitale ma sin da giovane radicato nel New Jersey.

Oltre che per le sue medaglie olimpiche, ha conquistato un posto nella storia per aver aperto la cronologia del record mondiale dei 200. Sino al 1951 la Iaaf non aveva fatto differenza tra la distanza corsa in linea diretta o con curva: in questo senso l’iniziatore è indicato nel britannico Willie Applegarth, 21” e un quinto nel 1914 sulla pista londinese di Stamford Bridge. La codifica finale venne nel secondo dopoguerra, ben dopo l’acuto berlinese (20”7) di Jesse Owens, e trovò Stanfield nella condizione perfetta per trasformarsi in un iniziatore. Era in gran forma e il 25 maggio 1951 a Filadelfia si era già spinto a 7,85 nel salto in lungo: il giorno dopo corse in 20”6, tempo che avrebbe ripetuto un anno dopo ai Trials olimpici di Los Angeles, lasciando a tre decimi uno dei suoi grandi rivali, Thane Baker, destinato ad eguagliare il suo limite.

A Helsinki Andy andò ovviamente come grande favorito ma fu costretto a guardare con timore Emmanuel McDonald Bailey, terzo nei 100, due giorni prima e anch’egli iniziatore di una tradizione: britannico, ma nato a Trinidad, fu un in realtà il primo grande velocista espresso dal Caribe. In finale Bailey sparò una grande curva, uscì in testa sul rettilineo ma fu costretto a pagar dazioe nel finale finendo solo quarto, anche se testimonianze sostengono che in realtà fosse molto vicino a chi strappò il bronzo. Stanfield vinse in 20”7 eguagliando il record olimpico di Owens, davanti a Baker e a Gathers (tripletta Usa) e quattro giorni dopo, ultimo frazionista della 4x100, fu decisivo per spezzare l’equilibrio tra americani (che potevano contare su Dean Smith, Harrison Dillard e Lindy Remigino, olimpionici nei 100 a Londra e a Helsinki) e un caparbio quartetto sovietico.

Quattro anni dopo, Stanfield provò a difendere la sua corona a Melbourne e a metà dell’opera era in vantaggio su Bobby Joe Morrow che puntava al doppio scettro a vent’anni da Owens, impresa riuscita nell’ultimo tratto. Il cronometraggio manuale annunciò 20”6 a 20”7, quello elettrico fu più severo: 20”75 a 20”97. Baker, eterno piazzato, completò l’ennesimo tris, confermando la supremazia americana nel mezzo giro: dal ’32 al ’56, 13i medaglie su 15 assegnate.

Giorgio Cimbrico



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