Tokyo 1964: il trionfo di Pamich

18 Ottobre 2014

Il 18 ottobre di 50 anni fa la vittoria olimpica del marciatore azzurro, oro nella 50km

di Giorgio Cimbrico

Dice un antico adagio ovale: i vecchi rugbysti non muoiono mai. Neanche i marciatori. Mezzo secolo dopo Tokyo, a 81 anni compiuti, Abdon Pamich continua a non star fermo e il suo rivale di quel giorno – 18 ottobre 1964 – ha  appeso da poco le scarpe al chiodo. “Sino all’anno olimpico di Londra ci ho dato dentro”, raccontava con orgoglio Vincent Paul Nihill, vanto di Croydon, sobborgo londinese diventato città molto nera. Nella foto iconica dell’arrivo rabbioso di Abdon, Nihill è in fondo al rettilineo, il capo reclinato e il volto coperto da un’enorme visiera che avrebbe dovuto difenderlo da un sole che non fece mai capolino. Diciannove secondi di distacco.

Paul, sei anni meno di Abdon, è diventato l’uomo del 38° chilometro, la linea di confine che portò Pamich alla liberazione (nel senso materiale del termine…) e della trasfigurazione. Eliminato peso e dolore, non fu difficile tenere a bada e mollare il ferroviere inglese, connazionale di un altro indomito omino, Donald Thompson, che si era lasciato alle spalle il fiumano quattro anni prima. La 50 km è un tormento lungo, può concedere spazio a riflessioni, analisi, ricordi non sempre piacevoli.

A Roma Abdon si sentiva già un veterano – aveva esordito agli Europei del ’54 a Berna, era stato quarto a Melbourne – e puntava al bersaglio grosso: andò a sbattere contro una giornata di caldo impietoso, la dimensione che Thompson,  londinese di Hillingdon, temeva e che aveva combattuto usando le strumento del’empiria: si chiudeva in bagno e, in un vapore crescente, da bagno turco, faceva salire la temperatura sino a 40°.

Quel giorno, portando un copricapo da legionario degno di Beau Geste che gli era stato confezionato dalla madre, Don battagliò a lungo con l’ultraquarantenne svedese John Ljunggren, campione olimpico dodici anni prima a Londra, per liberarsene solo negli ultimi cinque chilometri, quando cominciava a udire il roar dell’Olimpico. Pamich finì terzo, a 2’ abbondanti, e da lì iniziò la sua lunga marcia verso Tokyo, il luogo che l’ha spedito nella storia, per come andarono le cose, per come lui seppe risolverle evitando quelli che Amleto chiamava gli strali della sorte, per il gran passo che scandì: se Thompson aveva chiuso in un record olimpico portato a 4h25’30”, Abdon distrusse quel limite strappando via il filo (c’era ancora) in 4h11’12”..

Sotto la pioggia e colpito da un disturbo come quello che provò a sgambettare Abdon, Yohan Diniz, francese originario della Champagne, è diventato campione europeo due mesi fa lungo il Limmat zurighese, impiegando quasi 40’ in meno. E’ cambiata la marcia, non sono cambiati i suoi interpreti, prosciugati cavalieri senza destriero, tipi che non mollano mai.

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