Tammaro, una vita per l'atletica

07 Aprile 2015

Il ricordo del "presidentissimo" dell'Atletica Riccardi Milano, scomparso il giorno di Pasqua all'età di 89 anni. Giovedì 9 aprile i funerali a Milano.


 

di Giorgio Cimbrico

Renato Tammaro aveva vent’anni quando diventò presidente della Riccardi, aveva tagliato il traguardo degli 89 quando il giorno di Pasqua se n’è andato. Da presidente della Riccardi, sempre verde come la speranza che l’aveva fatta nascere in una Milano piena di macerie, e con quel nome, in ricordo di un giovanotto, Gianni, scomparso nell’inferno di un campo di concentramento. Dopo tanto orrore, era il momento della tregua e l’atletica poteva dare una mano.

Renato era un uomo di fede profonda, convinta: affiorava in quel suo sorriso che indicava una pace interiore, una sicurezza nelle scelte. Amava la modestia, sapeva trasmetterla, trasformarla in un ponderato orgoglio: un francescano che teneva lontane da sé le tentazioni, le operazioni di facciata, i lussi fuori posto. All’Arena su una porticina era affissa una targhetta: Atletica Riccardi. La sede era una stanza nella curva napoleonica. Era lì dentro che erano nate molte cose: il proselitismo, innanzitutto. E poi, subito dopo, la Pasqua dell’Atleta che in un tempo che oggi pare da Cronache Marziane veniva trasmessa in diretta dalla Rai al posto d’onore della domenica pomeriggio. Era l’occasione per affacciarsi sulla primavera, sulla stagione appena nata, per vedere King Rizzo in pista, Renato Dionisi in pedana, Eddy Ottoz sui blocchi con occhiali scuri e barba di due giorni: chi lo conosceva bene, sapeva che quelli erano i segni del suo furore.

La Riccardi di Tammaro era una società, un club, un ordine cavalleresco e lui ne era il gran maestro, il gentile comandante. Entrarne a far parte significava non potersene più staccare anche quando le onde del destino trascinavano verso altre correnti. La Riccardi rimaneva stampata addosso e dentro: era la società povera (“siatene orgogliosi”, rimane uno dei memorabili di Renato), che non si faceva sedurre dalle mode, dai denari, dal mondo che cambiava, sempre più rovinosamente.

Ritrovarsi con qualcuno di loro, a distanza di decenni, era ritrovare l’innocenza e l’entusiasmo che erano stati inoculati da Renato, il più distaccato e modesto tra i presidenti, l’impresario che, al momento di mettere in scena un solido spettacolo evitava di tempestar di lustrini se stesso o lo show.
Ora, al momento di dirgli addio, può essere semplice, agevole, ricordare il record del mondo di Wladislaw Kozakiewicz o quel pomeriggio a Busto Arsizio (l’Arena era chiusa per lavori) disseminato di record o, ancora, la serata nel Palasport di San Siro (quello che a inizio gennaio ha festeggiato i trent’anni del suo afflosciamento, della sua scomparsa) quando Sergei Bubka e Igor Paklin trovarono le scale per il paradiso. Il primo ricordo non è stato pescato in questo repertorio ma in un pomeriggio di pioggia continua e insistente per un 300 che aveva come tema “Mennea contro tutti”. Tutti tesi e irati, pronti al moccolo, per quel tempo senza clemenza. Solo Renato sorrideva, in pace con se stesso, in un grigio che attorno a lui aveva sfumature di rosa.

I funerali di Renato Tammaro si terranno giovedì 9 aprile alle 14:45 nella Chiesa Santa Croce Via Sidoli n.8 a Milano.



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