Progetto ''Brevetti'' ricordando Mennea

22 Maggio 2019

Allo Stadio de Marmi sfida sui 200 nel ricordo della Freccia del Sud con la moglie Manuela Olivieri: "Pietro non aveva limiti. Amava bambini e ragazzi, sentiva la responsabilità sociale del campione"


 

Con il mese di maggio si conclude il percorso "Brevetti", progetto che ha portato i diversi iscritti alla Scuola di Atletica dello Stadio dei Marmi a cimentarsi una volta al mese nelle diverse specialità dell'atletica. L'ultima gara prevista dai brevetti è stata la prova di corsa veloce sui 200, dedicata al grande campione Pietro Mennea. Un evento sentito particolarmente dai ragazzi e da tutto lo staff della scuola dei Marmi che ogni giorno si allenano e lavorano nello stadio a lui dedicato. In una giornata di sole e gare, presente Manuela Olivieri, moglie del grande Pietro, che insieme al suo cane Speed ha partecipato alla manifestazione premiando, con grande entusiasmo, ciascun bambino e ragazzo che ha concluso la gara. A fine gara Manuela Olivieri ha rilasciato un’intervista. 

Che effetto le fa essere qui allo Stadio dei Marmi in occasione di questa piccola manifestazione di Brevetti organizzata dalla Scuola di Atletica?
Fa un bell’effetto essere qui, è emozionante anche perché in questo stadio sono venuta per la prima volta con Pietro, e ho ancora un filmato di lui che cammina in pista sotto queste statue bellissime. A Pietro piaceva moltissimo venire qui per vedere i ragazzi mentre si allenavano. Sono sicura che sarebbe venuto molto volentieri qui oggi. Era sempre molto disponibile nel sostenere i ragazzi e i bambini.

Come mai un evento importante come il Mennea Day non viene fatto qui allo Stadio dei Marmi a lui dedicato?
Purtroppo si è svolto qui solo la prima volta e poi c’è stata una indisponibilità non per motivi che dipendevano da noi. Comunque l’anno prossimo, il 12 settembre, in occasione della settimana della cultura a Matera verrà dedicata a Pietro un’intera giornata e poi la settimana successiva si farà un Mennea Day anche a Roma, anche perché con questa città lui aveva un legame speciale. E speriamo che possa svolgersi qui, in questo stadio a lui dedicato.

Quali insegnamenti le ha lasciato Pietro sull’atletica e sulla vita?
Per quanto riguarda gli insegnamenti sullo sport, diceva sempre che lo sport era importante perché trasmette dei valori fondamentali: il sacrificio, l’impegno, il rispetto delle regole e dell’avversario. Secondo lui era importante lo sport per vincere nella vita, farlo sempre e comunque e impegnarsi perché con il sacrificio e la determinazione si arriva sempre a qualcosa. Lui diceva sempre: ‘Se ci sono riuscito io, può farlo chiunque’. Soprattutto, i ragazzi non devono abbattersi dopo aver subìto una sconfitta, perché sono proprio le sconfitte che ci insegnano a vincere. Ai ragazzi diceva: ‘Quando qualcuno vi dirà che non ha mai subìto sconfitte, fategli subito la domanda: che cosa hai fatto nella vita? State certi che risponderà: niente’.


Solo chi ha ricevuto sconfitte riuscirà ad ottenere veramente qualcosa nella vita”.

Come era essere la moglie di Pietro Mennea e come è esserlo adesso senza di lui, continuando comunque a portare avanti il suo nome. Come ci si sente a voler andare avanti, ma avere poi difficoltà nel farlo?
Pietro era esaltante, era un vulcano di idee e sempre pronto a fare tantissime cose. Quando io l’ho conosciuto non sapevo chi fosse e questo è stato anche il nostro segreto, perché lui era sicuro che io non uscissi con lui solo perché era Pietro Mennea. Per lui non c’erano limiti. Io alle volte dicevo: ‘Ma questo non si può fare’, e lui rispondeva: ‘Ma no non ti preoccupare, si prova e se non ci si riesce si riprova di nuovo e poi se non riusciamo di nuovo almeno possiamo dire di averci provato’. Stare senza di lui è difficile, perché stavamo insieme 24 ore su 24, lavoravamo anche insieme. Per me adesso è un onore - e un onere - continuare a portare avanti il suo nome. Emotivamente è sempre impegnativo fare cose che lo riguardano, anche se adesso riesco a separare l’uomo dal campione. L’uomo è mio, il campione lo condivido con tutti gli altri.

A lei piace lo sport? Lo pratica? Porta a correre anche il suo cane Speed?
A me piace molto lo sport, nella vita ne ho praticato tantissimo e adesso vado spesso a correre. Sì, ho provato anche a portare Speed con me, ma poi non capisce e si rotola a terra. Pietro mi prendeva in giro perché lo sport praticato ai miei livelli non lo concepiva molto e quando uscivo mi diceva: ‘Ma anche oggi vai a perdere tempo?’. Un’estate però si è convinto a venire a correre con me, abbiamo corso spesso insieme e devo dire che mi ha cambiato il modo di correre. Tutti si giravano perché mi urlava dietro. Sicuramente si chiedevano a chi urlasse Pietro. Poi arrivavo io da lontano.

Pietro, dopo la sua carriera di atleta, ha conseguito ben 4 lauree e si è dedicato molto al mondo giuridico, commerciale e politico. Come mai un atleta di livello come lui ha deciso di cambiare strada invece di restare nel mondo dello sport? Non aveva mai pensato di allenare qualcuno?
Pietro non era una persona che scendeva a compromessi, per lui era importante essere liberi. Lui si era preparato mentre era nel pieno della sua carriera, cosa che spesso gli atleti di adesso non fanno. Pietro diceva che essere campioni del mondo o aver vinto le Olimpiadi, non era la cosa più importante della vita. Molti campioni, quando smettono, sono convinti che qualcosa gli sia dovuto e invece non è così, è la vita reale che poi bisogna affrontare e lui questa cosa l’aveva già capita mentre era agonista.


Pietro non avrebbe mai fatto il testimonial dell’atletica, o dello sport in generale, non gli sarebbe bastato, lui che era sempre stato così libero e indipendente.

A Pietro comunque piaceva trasmettere la sua passione per l’atletica, andava nelle scuole o alle volte si trovava in una pista di atletica e faceva vedere degli esercizi, ma non aveva mai voluto fare l’allenatore, nonostante avesse anche un diploma ISEF.
Se, ad esempio, capitava che qualche atleta gli chiedesse un aiuto lui era sempre disponibile, ma non lo faceva come lavoro.

Sappiamo che Pietro era molto legato ai bambini, cosa faceva per loro e cosa continua a fare lei adesso?
I bambini sono il nostro futuro, quindi Pietro cercava di trasmettergli questi suoi insegnamenti e valori. Lui parlava della responsabilità sociale di un campione, perché qualsiasi campione viene preso da esempio dai ragazzi e quindi con questa responsabilità bisogna trasmettere il meglio. Perché, come diceva lui, dalle cose buone possono nascere cose migliori. Pietro andava molto spesso nelle scuole, negli ospedali ad incontrare i bimbi malati o nelle carceri minorili. Tutto questo lo faceva senza pubblicità, perché non ne aveva bisogno. La pubblicità veniva fatta solo se c’era un ritorno utile per i bambini e ragazzi. Io, dalla mia parte, cerco di continuare quello che aveva lasciato in sospeso, perché so che lui lo avrebbe voluto.

Ci potrà mai essere la possibilità di vedere i premi ricevuti da Pietro o i libri che ha scritto?
Spero di sì. Io sono andata nella sua casa a Barletta a recuperare tutti i suoi oggetti, insieme ad altre persone e abbiamo portato via ben 75 scatoloni pieni delle sue coppe e medaglie. Sarebbe stato il sogno di Pietro esporre i suoi premi e stiamo cercando il modo di farlo, magari anche in maniera multimediale; magari anche vedere le sue scarpe e confrontarle con quelle che si utilizzano ora, sarebbe bello. Ricordo quando Bolt regalò a Pietro una delle sue scarpe con le quali fece il record del mondo a Berlino e vi assicuro che vedere vicine le due scarpe fa anche ridere perché sembra di vedere la scarpa di paperino vicina ad una scarpa spaziale.

Pietro le raccontava mai le sensazioni ed emozioni che provava durante e dopo una gara?
Sì sempre, poi io non venendo dall’atletica potevo chiedergli qualsiasi cosa, anche le cose più banali che magari molte persone si vergognano a dire. Io andavo lì e facevo le mie domande, tutte le cose che mi venivano in mente. Anche quelle più stupide, io gliele chiedevo, tanto lui aveva la pazienza di rispondermi senza problemi.

Ogni giorno i tecnici della scuola di atletica entrano con orgoglio in questo stadio, e ogni giorno centinaia di ragazzi e bambini calcano questa pista e, alzando gli occhi, vedono scritto quel nome e si chiedono chi fosse. È importante continuare a tramandare, lo crede anche lei?
Sicuramente è importante tramandare, Pietro è stato un simbolo e spero che ci sia qualcuno che possa eguagliarlo e che possa superarlo. Io spesso faccio l’esempio con Filippo Tortu - che tra l’altro Pietro ha conosciuto quando Filippo era solo un bambino - il caso ha voluto che noi fossimo proprio amici di famiglia, andavamo spesso a pranzo o a cena a casa loro. Secondo me però non è giusto confrontare Pietro con Filippo, perché di Pietro sappiamo cosa ha fatto in 20 anni mentre Filippo, un ragazzo d’oro, è solo all’inizio. Spero veramente che ci sia qualcuno che possa eguagliare Pietro. E se poi sarà Filippo, dico: magari.

di Giorgia Attioli




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