Olimpiadi: in finale nel peso c’è Weir

03 Agosto 2021

A Tokyo primato personale e qualificazione per il lanciatore azzurro (21,25), fuori Fabbri e Ponzio. Fantini dodicesima nel martello (69,10). Dal Molin in semifinale, salutano Desalu e Crippa

 

La quinta giornata dell’atletica alle Olimpiadi di Tokyo termina con una nuova promozione in finale per i colori azzurri. È Zane Weir a centrarla, nel peso, con il personale di 21,25 (out Leo Fabbri 20,80 e Nick Ponzio 20,28), un pass per il turno decisivo che si aggiunge a quelli ottenuti in mattinata dai triplisti Andrea Dallavalle ed Emmanuel Ihemeje. Sempre nei lanci, Sara Fantini chiude al dodicesimo posto nella finale del martello con 69,10. Sorride Paolo Dal Molin, qualificato per la semifinale dei 110hs (13.44/-0.1) mentre è eliminato Hassane Fofana (13.70/-0.1). Nei 200, chiude la propria avventura nella gara individuale Fausto Desalu (20.43/-0.2), così come Yeman Crippa nei 5000 metri (13:47.12). Quante storie, quanta atletica, nelle finali della serata giapponese. Lo svedese Mondo Duplantis sul trono olimpico dell’asta con 6,02 e un primato del mondo (6,19) mancato di un soffio con due meravigliosi tentativi (il primo e il terzo). La giamaicana Elaine Thompson-Herah che conferma il doppio titolo olimpico di Rio vincendo nei 200 metri e diventando la seconda donna di ogni epoca (21.53/0.8). Il terzo titolo consecutivo della polacca Anita Wlodarczyk nel martello, prima donna a riuscire nell’impresa di tre titoli olimpici di fila in una gara individuale. E poi due ragazze del 2002 al vertice negli 800 metri: la statunitense Athing Mu (1:55.21) e la britannica Keely Hodkingson (1:55.88). Due azzurri in gara nella sesta giornata, mercoledì 4 agosto: Dal Molin nella semifinale dei 110hs alle 4.08 italiane, Gaia Sabbatini nella semifinale dei 1500 alle 12.

di Nazareno Orlandi 

Via libera per Zane Weir, semaforo rosso per Leonardo Fabbri e Nick Ponzio. C’è un italiano nella finale del peso: è Weir, nato e cresciuto in Sudafrica, origini italiane (triestine) da parte di nonno Mario. È lui a riportare l’Italia in finale alle Olimpiadi a venticinque anni dal quarto posto del suo allenatore Paolo Dal Soglio ad Atlanta ’96. Al secondo lancio centra il primato personale di 21,25, quattordici centimetri in più di quanto fatto in inverno, cinque in più della misura richiesta per il lasciapassare (21,20). “Incredibile! - esulta - Ma non è una sorpresa, perché abbiamo lavorato tanto negli ultimi mesi. E per questo devo ringraziare il mio allenatore che mi ha messo nelle condizioni di fare questo risultato e la Federazione che mi ha dato un supporto grandissimo”. Le prestazioni di 20,80 e 20,28 condannano invece Fabbri e Ponzio, rispettivamente quattordicesimo e ventesimo. “Non posso uscire arrabbiato ma neanche felicissimo - osserva Fabbri - Ho fatto la mia gara, è la mia terza misura dell’anno. Ho avuto troppi alti e bassi in questa stagione ma penso di uscire a testa alta”. Nella finale olimpica di Atlanta, appena rievocata, c’era pure Corrado “Cocco” Fantini. Oggi lo stesso cognome, indossato dalla figlia Sara, tornava nell’appuntamento clou, la finale a cinque cerchi: la lanciatrice emiliana non ritrova le sensazioni della qualificazione (quando aveva scagliato il martello a 71,68) e termina la propria prova al di qua dei settanta metri, con 69,10 al secondo lancio, dopo un 67,55 iniziale e prima di un 67,91. “Felice di essere arrivata in finale, era il sogno di una vita: tre lanci comunque buoni, ma che non rispecchiano il mio valore”, chiosa l’azzurra.

Sdraia il terzo, il sesto, poi il nono ostacolo. Non la versione migliore di Paolo Dal Molin ma quella che basta per assicurarsi la semifinale dei 110 ostacoli alle Olimpiadi, nell’esordio a cinque cerchi in carriera, a 34 anni appena compiuti (il 31 luglio). Il primatista italiano passa il turno con il crono di 13.44 (-0.1) e il quarto posto nella sua batteria (tradotto: pass diretto), preceduto dallo statunitense Devon Allen (13.21), dal francese Pascal Martinot-Lagarde (13.37) e dal giapponese Taio Kanai (13.41). “Per la finale? Il record italiano (13.27) potrebbe bastare…”, il commento a caldo. Ci proverà domani (mercoledì) nel cuore della notte italiana, alle 4. Non ci sarà una coppia azzurra in semifinale perché Hassane Fofana si ferma al primo round, in una gara non interpretata alla perfezione, chiusa con 13.70 (-0.1) e uno scialbo ottavo posto in batteria. Il turno iniziale rafforza lo strapotere dello statunitense campione del mondo Grant Holloway (13.02/-0.1 correndo per metà gara), favorito anzi no, favoritissimo: cadrà pure il record del mondo dei 110hs dopo l’inimmaginabile 45.94 di Warholm nei 400hs? Tante, nel frattempo, le vittime illustri. Ortega e Shubenkov “dns”, Belocian squalificato.

L’Olimpiade di Yeman Crippa si conclude senza gloria nei 5000 metri. Il trentino, già undicesimo nei 10.000, si accorge presto della gara impostata su ritmi non propriamente esasperati (8:34 al 3000) e prova a imprimere un paio di strattonate per accendere l’andatura, ponendosi alla testa del plotone della prima batteria. La benzina, purtroppo, è quella che è. Negli ultimi due giri gli altri vanno via, l’azzurro si spegne, non reagisce, fino quasi a chiudere al passo, mestamente, al quindicesimo posto della batteria (13:47.12). “Quante batoste nella mia prima Olimpiade - il commento amaro sui social - spero proprio che il detto ‘quello che non uccide fortifica’ sia vero”. Primo crono il 13:38.87 del keniano Kimeli.

Ed è un gioco da ragazzi, nella seconda batteria, impostare il passo giusto e fare bottino pieno dei tempi di ripescaggio (tutti da qui): la novità spagnola Katir (13:30.10) e, tra gli altri, il duo ugandese Cheptegei-Kiplimo, viaggiano con il pilota automatico, rimandando alla finale la bagarre per l’oro.

Un passo indietro rispetto a una batteria che legittimava i sogni di finale olimpica. Fausto Desalu esce di scena nei 200 metri, tradito dai due turni ravvicinati (“ho sentito un crampo dopo la batteria”, fa sapere in zona mista), con un tempo in semifinale (20.43/-0.2, sesto) più lento del primo round (20.29) di poche ore prima. Lì davanti, il baby fenomeno Erriyon Knighton, 17 anni, l’uomo che ha sfilato a Bolt i record del mondo allievi e juniores, si risparmia per la finale (promosso con 20.02) quando potrà scatenare tutta la propria cilindrata. Beata gioventù, ma sarà dura contro un Andre De Grasse mai così veloce: il 19.73 (0.2) che vale il primato canadese sorprende e impressiona, per la facilità con cui irrompe sullo stadio Olimpico. E sulla sua scia lo statunitense Kenneth Bednarek risponde in un 19.83 che profuma di medaglia. Per ora scherza, invece, Noah Lyles, il campione del mondo, freno a mano tirato negli ultimi venti metri per firmare un tempo di 19.99 al pari del canadese Aaron Brown e del liberiano Joseph Fahnbulleh.

QUANTE STAR - L’unico quesito era: chi potrà impensierire Duplantis, almeno fino alle porte dei sei metri? Risposta: Chris Nilsen. Un paio di anni fa battagliavano nelle finali Ncaa, stavolta si ritrovano uno contro l’altro nell’agone olimpico. Avversari cercasi, con il campione del mondo Sam Kendricks fuori dai Giochi per Covid e il francese Renaud Lavillenie che si arrende con 5,70. Resta appunto lo statunitense Nilsen, volato per la prima volta a 5,97 in vita sua. Resta il brasiliano Thiago Braz, che di solito le finali olimpiche non le sbaglia (oro a Rio, qui chiude con il bronzo a 5,82). Ma quando l’asticella sfiora il cielo (6,02) a rimanere, inesorabilmente, in gara da solo è il fenomeno svedese. Sei-e-zero-due al primo colpo, titolo olimpico - il primo - in tasca. Fermarsi o proseguire? Si va avanti. Al 6,19 del possibile nuovo primato. Balla l’asticella, balla al primo e al terzo assalto, splendida esecuzione, salti quasi perfetti. Peccato per il quasi. Lo diciamo da tanto: l’appuntamento è soltanto rinviato. Che potenza, che tenacia, nelle tre finali femminili: la giamaicana Elaine Thompson-Herah (21.53) si spinge a meno di due decimi dal record del mondo, infilando la namibiana Christine Mboma (strepitoso record mondiale U20 con 21.81) e la statunitense Gabby Thomas (21.87); negli 800 metri la 19enne Athing Mu, con una progressione superba, corona il suo anno fantastico con l’estasi olimpica e il primato degli States (1:55.21), battendo la coetanea Keely Hodgkinson (record GB a 1:55.88) e la statunitense Raevyn Rogers (1:56.81); nel martello, un lancio a 78,48 consegna il “triplete” alla polacca Anita Wlodarczyk, regina a Londra, Rio e adesso a Tokyo. Mai visto prima.

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