Obergfoll e Lagat: passerella finale

04 Settembre 2016

Al meeting Istaf di Berlino, ultima gara in pista per la tedesca (che nel giavellotto batte l’olimpionica Kolak) e per il quasi 42enne mezzofondista


 

di Giorgio Cimbrico

Christina Obergfoll e Bernard Lagat hanno dato l’addio e per la loro ultima rappresentazione hanno scelto uno dei teatri più importanti, l’Olympiastadion di Berlino che ha reso loro il giusto omaggio, così come ha fatto per i campioni tedeschi, dell’ovest e dell’est, premiati nel quarantennale e nel ventennale dei loro successi olimpici.

Christina, 35 anni, nativa di Lahr, nel Baden, ha chiuso come meglio non poteva, vincendo con 64,28 e lasciandosi molto alle spalle la ragazza croata che non aveva pronostico e a Rio si è presa tutto, Sara Kolak. Due anni fa è nato Marlon, figlio di Christina e di Boris Henry giavellottista da 90 metri abbondanti, ricordato per il vezzo di lanciare con il berretto visiera all’indietro. Boris ha allenato Christina ed è probabile che tra una dozzina d’anni uno a fianco dell’altra alleneranno Marlon. Occhicerulei Obergfoll, oltre a un esempio tecnico, è stata una presenza costante sin dalla sua esplosione: a Helsinki 2005 progredì di oltre cinque metri in una botta, superò i 70 metri di 3 cm mettendo le mani sul record europeo, ma quel 14 agosto trovò una Osleidys Menendez da 71,70, un record mondiale che confermò la massiccia cubana al vertice, per un regno lungo sette anni. Da quel giorno Christina, salita sino a 70,20, ha collezionato un argento e un bronzo olimpici, una vittoria mondiale e due altre presenze sul podio iridato, due secondi posti agli Europei.

Sterminata, enciclopedica, la storia lasciata da Bernard Lagat, avviato verso i 42 anni, keniano di Kapsabet, americano dal 2005, residente a Tucson, Arizona, dopo aver fatto parte dei Cougars dell’università dello stato di Washington, culla dell’improvvisa luce di Henry Rono: una lunga vicenda che ricorda quella di certi grandi pesi medi (Carmen Basilio, ad esempio) nati in epoche floride di fuoriclasse e così costretti a cogliere difficili frutti. E’ eloquente che accanto ai suoi tre più tonanti record personali (3:26.34, 3:47.28, 12:53.60) compaia quel 2 che indica il piazzamento: nei 1500 e nel miglio dietro Hicham El Guerrouj, nei 5000 alle spalle di Mohamed Farah. Un magnifico perdente? Il giudizio è affrettato, impietoso e inesatto.

Bernard lascia la compagnia con un repertorio di tempi da brivido (3:26.34 di Bruxelles 2001 fa di lui il secondo della storia), da vero all-arounder (1:46 negli 800, 7:29 nei 3000 e un 27:49 nei 10.000 che risale a questa stagione, tanto per completare la collezione dei tempi in pista), soprattutto con l’accoppiata mondiale 1500-5000 che gli riuscì a Osaka piegando Rashid Ramzi e Eliud Kipchoge e centrando un doppio successo riuscito in ambito olimpico solo a Paavo Nurmi e al suo frequente giustiziere, l’elegante Hicham El Guerrouj. Gli manca il successo olimpico - terzo a Sydney, secondo ad Atene quando i suoi occhi forarono la notte, costringendo Hicham a un disperato serrate - ma può andare in pensione soddisfatto di sé: ha attraversato almeno tre generazioni e non è mai andato al tappeto. Quando ha perso, ha perso ai punti.

Chi non ha intenzione di lasciare è Kim Collins che, superata la boa dei 40, continua una frenetica attività ogni tanto interrotta da infortuni che assorbe con la disinvoltura di un ragazzino. A Berlino Kim (un eroe nazionale: St Kitts gli dedicato una strada) ha vinto in 10”07, la stessa prestazione di tredici anni fa a Saint-Denis, quella del titolo mondiale portato nel piccolo arcipelago, parte di quelle infinite isole sottovento e sopravento che vanno dalle Bahamas a Trinidad. Per lui il tempo si è fermato e qualcuno sta scrivendo un racconto: il ritratto di Kim Collins.

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