Marisa Masullo, auguri capitana azzurra

08 Maggio 2019

Oggi compie 60 anni la velocista che più di ogni altra atleta ha indossato la maglia della nazionale assoluta, con 79 presenze, e tuttora primatista italiana dei 60 indoor


 

di Giorgio Cimbrico

In un lontano inverno indoor degli anni Settanta Adolfo Rotta, animato da un entusiasmo che non l’ha mai abbandonato e che lo anima ancora, indicò con uno sguardo elettrico e appassionato la ragazza che stava scaldandosi sul rettilineo, addosso quella maglia della Pro Sesto che richiamava, con quella striscia blu sul petto, la divisa che a volte indossavano Inter e Atalanta. Rotta disse che si chiamava Marisa Masullo e che su di lei riponeva concrete speranze.

Marisa, milanese di cintura con linee di sangue che portano dirette al Mezzogiorno e agli anni dell’emigrazione verso il promettente Nord, pareva sin dal suo primo apparire “la bella mora” di una vecchia canzone di Adriano Celentano, sintesi e cocktail di una nuova razza, quella del boom. Cadenza meneghina, aspetto mediterraneo.

Considerazioni storico-sociologiche giusto nelle ore in cui Marisa - valutato l’aspetto e lo spirito, pare impossibile, ma è proprio così - varca i cancelli dei sessant’anni, portandosi addosso con disinvoltura una collezione di titoli italiani che, usando l’aggettivo che va più di moda, sarebbe facile etichettare straordinaria.

Al contrario, quelle 42 maglie tricolori - al coperto e all’aperto, individuali e in staffette - sono soltanto commoventi, ed eloquenti su uno stato di servizio che allinea altre cifre che lasciano il segno: le 79 presenze in Nazionale in una parentesi sconfinata, che va dal ’77 al ’93, la partecipazione a tre Olimpiadi, a tre Mondiali e a un numero impressionate di euro-eventi, indoor e all’aria aperta, i record italiani dei 100 e dei 200 portati, agli inizi degli anni Ottanta, a una solida consistenza (11.29 e 22.88), l’approdo a una finale olimpica, nella 4x400, e a una mondiale, nella 4x100, a Los Angeles ’84 e a Tokyo ’91. Riassumendo, una vita in pista distribuita in almeno due ere, all’insegna della generosità, della disponibilità: la sua presenza nella staffetta del miglio al Coliseum ne è una prova eloquente.

Storicamente non è stata fortunata: gli anni della sua ascesa e dei suoi picchi cronometrici coincidono con un’atletica contrappuntata da una presenza massiccia delle Ddr, delle sovietiche, dal dubbio retroterra. L’esempio chiarificatore viene da quel bronzo europeo sui 60 che conquistò ad inizio marzo ’83 nella Sportcsarnok Arena di Budapest, a un tiro di sasso dal Nepstadion: davanti a Marisa, 7.19, record italiano ovviamente, Marlies Oelsner signora Goehr, detta miss Alte Frequenze, e Silke Gladisch, poi signora Moeller, che avrebbe dominato le due distanze ai Mondiali romani del 1987.

Forse un po’ di rimpianto, ma in un giorno molto speciale come questo, la consapevolezza di aver sempre dato il meglio e aver meritato il titolo di Capitana, un grado che le è rimasto appiccicato addosso, per sempre e per merito.

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