Livio Berruti, sessant’anni da leggenda

01 Settembre 2020

Il 3 settembre del 1960 il trionfo olimpico del velocista piemontese nei 200 ai Giochi di Roma: per sempre una delle maggiori imprese dello sport italiano

di Giorgio Cimbrico

Per molti Livio Berruti è una foto in bianco e nero scattata il 3 settembre 1960, sessant’anni fa: se tagliata verticale mostrava un giovanotto con occhiali scuri che, solo, tagliava il traguardo o spezzava il filo di lana, come usava dire. Se la foto era appena più larga, offriva un americano (Les Carney) che stava rinvenendo. Troppo tardi. Un decimo o sette centesimi, 20.5 a 20.6, 20.62 a 20.69, a seconda del cronometraggio manuale o elettrico.

Per Livio Berruti, secondo record del mondo, quello delle ore 18, dopo quello delle ore 15.45, 20.5/20.65. Il primo era già nettamente migliore dell’unico altro riferimento elettrico dell’epoca: il 2 luglio, a Stanford, batteria dei Trials, Stone Johnson aveva eguagliato il 20.5 di Peter Radford accompagnandolo con 20.75. È evidente, confrontando i tempi di Berruti con quello di Johnson, che i primi rilevamenti centesimali non marciavano d’amore e d’accordo. Il 20.5 di Norton, nella finale delle selezioni olimpiche, la gara che coincise con il canto del cigno di Bobby Morrow, non ha riscontri a quattro cifre. Il primo tempo inferiore a quello del “torinese volante” è il 20.55 (20.67 sulle 220 yards meno 12 centesimi) di Paul Drayton due anni dopo, a Walnut.

Tutto questo può apparire un po’ pedante, ma la precisione è utile a proiettare luci ancor più brillanti - e a ispirare gli ennesimi commossi ricordi - su quella che è passata alla storia come l’impresa che ha segnato un’esistenza, l’atletica italiana e lo sport azzurro grazie al semplice schema che la governa e che esclude l’introduzione di inutili parametri: Berruti, due record del mondo in un paio d’ore, battendo in semifinale i tre primatisti, conquistando la medaglia d’oro - primo europeo, primo mediterraneo dopo dieci americani e due canadesi - in quella che i puristi e gli studiosi ritengono a ragione la cellula formativa dello sport antico e moderno. Lo “stadio”, poco meno di 200 metri, era nei primi Giochi l’unico terreno di contesa tra i giovani greci e i “coloniali” che venivano da oltremare.

Berruti è quella foto, e per molti italiani che in quei giorni e per quei Giochi romani si erano dotati di un apparecchio televisivo fu una piacevole sorpresa, un motivo d’orgoglio. Ma tanti del compìto giovanotto, studente in chimica, sapevano abbastanza poco.

Ne sapevano a sufficienza i “suiveur” di Track and Field News che alla fine di un 1959 densissimo di gare lo inserirono al secondo posto nel ranking dei 200, alle spalle di Ray Norton. Buona parte della promozione alle zone più nobili dipese dalla vittoria netta di Livio l’8 agosto a Malmoe. Sino a quel momento, 4-0 per Norton, tre sui 100 e una sui 200. Magnifica curva, impervia per Ray: 20.8 contro 21.0. Per Livio, record italiano con curva completa: a quel tempo diverse piste avevano sviluppi maggiori.

A questo punto è bene approfittare del prezioso libro di Claudio Gregori (“Livio Berruti, il romanzo di un campione e del suo tempo”) per offrire un virgolettato molto significativo: “Lì mi è venuta la prima idea, sia pure assai labile, di vittoria olimpica. Avevo capito che la mia forza era la curva. La leggerezza e la scioltezza mi permettevano di affrontarla meglio di chiunque altro. Opposto a un atleta di potenza come Norton potevo vincere obbligandolo a seguirmi e facendolo imballare nel tratto iniziale”.

Una prima presa di coscienza che arriva quando mancano meno di tredici mesi all’appuntamento dell’Olimpico, al giorno dei giorni (per Jesse Owens fu il 25 maggio 1935, per Roger Bannister il 6 maggio 1954; per Sara Simeoni, generosa con se stessa e con chi l’amava, il 4 e il 31 agosto 1978) che sta per giungere alla scadenza giubilare, a celebrare le nozze di diamante. Livio ricorda tutto: una memoria non lucida, cromata. Il dubbio di aver dato troppo in semifinale, le due eterne ore di attesa, la decisione di cambiare le scarpe, l’ingresso in pista riuscendo a calarsi in una dimensione di silenzio, lo sparo, la curva sublime, disegnata ai limiti estremi della calligrafia, gli ultimi metri, il silenzio che si interrompe per lasciar spazio al boato.

Ci sono molti modi per rivivere l‘Impresa, pescando su YouTube, rivedendo “La Grande Olimpiade” (magnifico come tutte le creazioni semplici e lineari, senza effettacci o effettini), sfogliando un libro sino a quell’immagine, parlandone per l’ennesima volta con lui, Livio.

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