In marcia nel tempo

23 Marzo 2015

Un curioso confronto tra il fresco 1h26:46 del record italiano della 20km di marcia femminile di Eleonora Giorgi e i crono che in passato hanno portato illustri colleghi uomini sul podio delle grandi rassegne internazionali


 

di Giorgio Cimbrico

Non è una novità - e non è necessario essere raffinati fisiologi – per cogliere che quando si tratta di affrontare grandi distanze e sforzi prolungati, le prestazioni delle donne tendono ad avvicinarsi a quelle dei colleghi assai più che nelle specialità in cui è la forza lo strumento predominante. La riflessione viene ancora una volta allo scoperto dopo il record italiano di Eleonora Giorgi: poco più di mezzo secolo fa, Abdon Pamich centrò il suo definitivo limite personale in 1h28’04”. A Dudince, Slovacchia, la dottoressa milanese ha chiuso vittoriosa in 1h26’46”, 1’18” meglio del fiumano trapiantato prima a Genova e poi a Roma, e sempre dritto come un pioppo.

Tralasciando osservazioni calligrafiche e tecniche sui profondi cambiamenti che l’esercizio ha subito dagli anni Settanta, non resta che immergerci in un innocuo gioco usando la macchina del tempo costruita da Herbert George Wells: dopo essersi seduta su quella poltrona di gusto vittoriano e aver schiacciato le giuste manopole per il salto nei periodi di interesse, Eleonora avrebbe conquistato l’oro olimpico nel ’56 a Melbourne lasciando a quasi cinque minuti il sovietico Leonid Spirin, capace di 1h31’27”; tre anni dopo avrebbe ingaggiato un duro testa a testa sulle strade di Mosca con Volodimir Golubnichy approdando al record mondiale con 18” di vantaggio sull’ucraino che avrebbe demolito ai Giochi di Roma, con un vantaggio vicino a sette minuti e mezzo. Per Eleonora ancora trionfi a Tokyo ’64 (1h29’34” del britannico Ken Matthews) e a Mexico ’68, di nuovo alle spese del povero Golubnichy, 1h33’58”. La resa per l’azzurra sarebbe venuta, per una manciata di metri – e per l’inezia di quattro secondi – all’appuntamento olimpico di Monaco  ’72 ad opera del tedesco est Peter Frenkel.

Il gioco può finire qui per trasferire la discussione su un terreno più solido, più serio, e con un rinvio al capoverso iniziale: le donne sono resistenti e nei loro progressi tendono a rendere sempre più esiguo il gap epocale che li divide dagli uomini: Paula Radcliffe vinse la maratona di Londra 2003 con una prestazione analoga a quella di Abebe Bikila il giorno del suo primo successo olimpico a Roma. Erano passati 53 anni. Preso in esame un simile intervallo per altre specialità, è agevole scoprire che dopo mezzo secolo dal primo 2,00 (di George Horine), Jolanda Balas era volata oltre 1,91 e che il pareggio arrivò 65 anni dopo con Rosemarie Witschas. Quanto all’uomo che apre la cronologia del salto in lungo, l’irlandese Peter O’Connor, 7,61 nel 1901, non è stato minacciato, se non da una sfortunata Heike Drechsler, 7,63 al Sestriere, 91 anni dopo, con una bava di vento oltre la norma.



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