Il comune denominatore

09 Dicembre 2015

Una curiosa rassegna delle vittorie che a distanza di tempo - nella stessa specialità, ma ad opera di atleti diversi - hanno replicato al centesimo o al centimetro lo stesso risultato

di Giorgio Cimbrico

Chiamiamole repliche, o copie d’autore, offerte dopo un lungo o lunghissimo intervallo di tempo e sempre segnate dal marchio della vittoria. E’ abbastanza evidente che gli originali possono esser definiti per quel che erano: eccezionali. L’ispirazione viene dal tempo con cui Patrick Makau ha vinto domenica a Fukuoka una classica che sta alla maratona come la Roubaix o il Fiandre stanno al ciclismo: 2h08’18”, esattamente la stessa prestazione, datata 1981, del simpatico e baffuto australiano Robert de Castella sullo stesso asfalto giapponese.

Allora, un terzo di secolo fa, era record del mondo, con progresso di 15” sulla prestazione di un altro australiano, l’ossuto Derek Clayton, che pareva tratto, pari pari, dall’immagine del fuciliere aussie impegnato nel deserto o nella jungla. Il record provocò un tale entusiasmo che qualcuno domandò a Robert, che di lì a due anni sarebbe diventato campione del mondo, se era possibile correre una maratona in due ore. “Nella vita si può fare di tutto.

Poi si muore, anche”, rispose Deek (come è conosciuto in Australia), nativo di Melbourne, Victoria, e così concittadino di quel buonanima di Ron Clarke che mezzo secolo fa correva in tempi che ancora oggi possono fare gola a molti.

Makau (che ha un personale di 2h03’38”, già record mondiale) ha eguagliato de Castella al secondo; l’etiope Yomif Kejelcha, prima ancora di compiere 18 anni, sulla stessa pista (quella dell’Olimpico di Roma), ha pareggiato al centesimo, 12’58”39,  il tempo di Said Aouita che nell’87 rappresentò, oltre che il record mondiale, anche la prima discesa sotto i 13’ sui 5000. Aouita lo centrò al Golden Gala ’87 che precedeva i Mondiali, Kejelcha ha impattato il marocchino nella stessa occasione, il meeting romano che ha sempre fatto parte del circuito mondiale, sotto le etichette Mobil, Grand Prix, Golden e Diamond League e che su questa distanza vanta una collezione di tempi che può esser etichettata “biblioteca di Babele”.

Anche il 2,01 di Maria Kuchina riporta a pagine memorabili, in questo caso dell’atletica azzurra. Con questa misura la ragazza del Caucaso (l’etnia è quella del Kabardino-Balcaria) è diventata campionessa mondiale a Pechino; con quella misura, già scavalcata a Brescia il 4 agosto 1978, Sara Simeoni concesse il bis del record mondiale e si impossessò del titolo europeo: capitò 27 giorni dopo il primo exploit, sulla collina praghese di Strahov, e alle sue spalle, con 1,99, finì Rosemarie Ackermann, in fondo a uno dei più accesi scontri tra regine.

Nella storia del mondo esistono oggetti e situazioni maledette che è bene non toccare o evitare, sostengono gli amanti della superstizione, e in primo piano pongono l’arredo del giovane faraone Tutankhamon. Nell’atletica è il 9”79 di Ben Johnson a Seul, prima che il canadese di Giamaica fosse precipitato nel baratro della squalifica e della vergogna. Undici anni dopo, al meeting di Atene, Maurice Greene offrì quella stessa prestazione, si impadronì del record mondiale e un anno dopo diventò campione olimpico. La maledizione, nel suo caso, non fece effetto.

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