I Giochi Olimpici del 1940

24 Marzo 2015

Un'ispirata ricostruzione di cosa sarebbe potuto accadere alla XII Olimpiade, mai disputata nè a Tokyo nè ad Helsinki a causa della guerra


 

di Giorgio Cimbrico

Winston Churchill era stato una cornacchia che aveva cantato a sproposito: “Avevate due possibilità: l’onore e la guerra. Avete perso l’onore e presto avrete la guerra”, disse, quando Neville Chamberlain era tornato da Monaco di Baviera sventolando l’accordo che garantiva pace all’Europa. Erano passati quasi due anni e Hitler aveva rispettato il trattato: d’accordo, si era preso l’Austria e un bel pezzo di Cecoslovacchia ma le vecchie volpi della diplomazia avevano convenuto che, tutto sommato, il cancelliere aveva messo le mani su territori di lingua tedesca dove, per di più, la gente non vedeva l’ora di essere annessa da quella che ritenevano la madre patria. Su Danzica la situazione rimaneva spinosa ma immobile: capitava che nel corridoio che divideva la vecchia Città Libera dalla Germania avvenisse qualche incidente di cui l’una e l’altra parte riversavano la responsabilità su provocatori polacchi e agenti tedeschi.

Per il mondo dello sport la primavera del 1940 era l’avvio dell’operazione che avrebbe portato per la prima volta l’Olimpiade in Asia, a Tokyo, in calendario dal 21 settembre. Anche laggiù minacce e pericoli imminenti si erano risolti nello smorzarsi delle sirene d’allarme. I giapponesi occupavano vasti settori della Cina ma nel ’38 avevano fermato la loro espansione rispondendo al monito del Comitato Olimpico Internazionale che, in buona sostanza, suonava così: “Bloccate il vostro espansionismo o siamo pronti ad assegnare i Giochi ad Helsinki”. Il diktat, almeno all’apparenza, ebbe effetto su Tojo e sulla sua banda di aggressivi generali e ammiragli.

Un’Olimpiade in Giappone era prima di tutto un’avventura logistica.  Nel ’32 a Los Angeles nel  ’32 la maggior parte delle squadre era andata in nave e in treno, attraverso gli Usa, verso la California, ma questa volta le distanze e la rete di comunicazioni erano decisamente più complicate. Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi Transiberiana sino a Vladivostok, una possibilità teorica dal momento che l’Urss di Josip Stalin ai Giochi non partecipava e aveva scarsissimi contatti con il resto del mondo. Il viaggio non era un problema per i tedeschi: loro avevano già un aereo che era un magnifico cavallo di tiro, lo Junker 52 in lamiera ondulata, un trimotore che a tappe era già in grado di coprire rotte transoceaniche. Per chi amava un viaggio più lungo ma di gran lunga più comodo, sino ai confini del lussuoso, c’era il silenzioso Zeppelin. A Rudolf Harbig era stato riservato un posto sul dirigibile: era il veltro di razza, destinato a diventare il simbolo dell’Olimpiade, il favorito dei 400 e degli 800 e, l’ultimo giorno, magari anche l’ultimo frazionista della 4x400 con la maglia che recava l’aquila che stringeva negli artigli la svastica. “Rudi, sei proprio il cocco dei grandi capi”, gli allungò una gomitata Hans Brandscheit detto Hansi, Giovannino, che meno di un anno prima era stato al fianco di Rudi giusto sulla linea della partenza all’Arena di Milano, perché Harbig se n’era andato via subito e aveva fulminato il record del mondo, più di un secondo e mezzo. L’occhialuto era servito, pensò Hansi: l’occhialuto era Sydney Wooderson, britannico, che comunque Rudi non si sarebbe ritrovato tra i piedi a Tokyo. Da tempo, dopo aver centrato il record del mondo del miglio, era noto che avrebbe corso i 1500.

Rudi era cordiale ma di poche parole e men che meno ne spendeva parlando di gare e avversari. Da buon gregario, era Hansi a disegnare scenari, a pensare a chi avrebbe potuto insidiare l’amico. Tirando le somme, quel robusto italiano, sempre piazzato nelle occasioni importanti: Mario Lanzi. Quel giorno, a Milano, si era battuto come un leone prima di cedere nell’agonia dell’ultimo rettilineo. Sui 400 la faccenda poteva essere più complicata perché Rudi non aveva un gran pratica sulla distanza e poteva sballare nella distribuzione. D’accordo, partiva dal record del mondo di Francoforte (Hansi era stato protagonista di retrovia anche quel giorno) ma gli americani potevano tirare fuori qualche asso dalla manica. Brandscheit si sorbiva tutti i giornali che trovava e aveva scoperto che il numero1 si chiamava Grover Klemmer.Dal nome, un tedesco come loro.

A Helsinki registrarono la svanita possibilità di ospitare i Giochi, si ripromisero di richiederli per un futuro molto prossimo (la Finlandia era o no una delle culle dello sport moderno?) e si concentrarono sulle forti possibilità di vittoria di Taisto Maki (se quel giovane svedese, Gunder Hagg, sceglieva i 1500, era fatta per 5000 e 10000) e di Yrjo Nikkanen che due volte aveva stupito Suomi e il mondo sparando il keihas, il giavellotto, prima a 77,87, poi a 78,70 diventando erede di chi era nel Kalehvala dell’atletica, Matti Jarvinen. Se raggiungere il Giappone per tutti era un bel problema, lo era a maggior ragione per i finlandesi, schiacciati nell’angolo estremo del Baltico e per di più senza grandi disponibilità economiche. Unici itinerari possibili, via mare, da Amburgo o da Amsterdam: un mese di viaggio. Sarebbe stato bene decidere e partire per tempo.

In quella primavera il più felice ed eccitato era uno studente californiano che tutti chiamavano Dutch, l’olandese: il 13 aprile Cornelius Warmerdam aveva scalato 4,57 ed era in attesa di ricevere la risposta ella Iaaf alla domanda di omologazione del record del mondo che aveva concesso al pubblico di Berkeley. “In ogni caso, valgo di più e lo dimostrerò presto”. Rispetto a molti colleghi sparsi per il mondo, Dutch non aveva problemi per il viaggio: da almeno settant’anni un regolare servizio – prima con i clipper dalla sterminata velatura, poi con le navi a vapore - univa San Francisco a Yokohama, sulla baia di Tokyo.

A Roma i dubbi sul grande interrogativo – il viaggio – furono allontanati da Giorgio Oberweger. “Con il Lloyd Triestino si arriva ovunque, a Shanghai di sicuro. E da lì arrivare in Giappone è uno scherzo”. Visto che né dirigenti né gerarchi erano competenti di itinerari intercontinentali, la proposta dello stravagante discobolo-ostacolista venne accettata e furono intavolate trattative con la compagnia di navigazione che, sin dai primo abboccamenti, chiarì di escludere la gratuità del trasporto della spedizione azzurra. Uno sconto, certo, ma nulla più. “Dolfo, ti sé pronto?”: Oberweger piombò a Firenze sventolando le sue braccia da albatros e investendo quell’enorme ragazzo timido che due anni prima a Colombes aveva avuto al fianco agli Europei: Giorgio secondo, Adolfo Consolini, 21 anni esordiente, quinto e con un futuro sterminato. “Mi sò anche pronto – rispose Dolfo – ma prima me piaseria fare un salto a casa che ghan sempre bisogno de mi”. Ma Oberweger svolazzava già verso la pedana dello stadio Berta rafficando consigli, avvertendo Dolfo che il vecchio Schroeder sarebbe stato ancora pericoloso, ma soprattutto ci sarebbe stato da guardarsi dagli americani Dunn e Harris.

In una sala dello stadio, dietro la tribuna d’onore, il marchese Luigi Ridolfi, mentre l’autista lo attendeva da basso per portarlo a Coverciano, stendeva appunti per la prossima riunione tecnica: non bisognava dimenticarsi di quel giovane velocista milanese, Carlo Monti, ed era necessario incontrarsi presto con quel magnifico ragazzo che veniva da Ragusa, costa dell’Adriatico. Ma in quale gara schierarlo? Sui 400 la concorrenza era durissima. Chissà, forse sui 400hs quell’Ottavio Missoni poteva far bene…

NB: tutto quel che precede è la cronaca di quel che accadde 75 anni fa in un mondo parallelo, e così perfettamente plausibile per chi adora la fantascienza delle dimensioni contigue. Le Olimpiadi non si svolsero né a Tokyo né a Helsinki, non si svolsero affatto. Rudolf Harbig non divenne mai campione olimpico e cadde sul fronte ucraino, Cornelius Warmerdam diede il meglio di sé (sette record del mondo) mentre il mondo era in guerra, Adolfo Consolini, primo record mondiale nel ’41, fu costretto ad attendere Londra ’48, dove Ottavio Missoni, reduce dalla prigionia in Africa, riuscì a centrare la finale dei 400hs. Tra i tanti protagonisti di questa storia, l’unico che ancora cammina in questo mondo è Carlino Monti, classe 1920 che avrebbe avuto la sua medaglia nella prima manifestazione di un mondo in pace, gli Europei di Oslo ’46.



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