I 50 anni di Heike Drechsler

16 Dicembre 2014

Compleanno speciale per la tedesca, finora l'unica nella storia dell'atletica ad aver conquistato due titoli olimpici nel lungo

 

di Giorgio Cimbrico

A un quarto di secolo dalla caduta del Muro, Heike Drechsler tocca un muro molto personale, i cinquant’anni. A vederla, non si direbbe: ad agosto era al Letzigrund, per gli Europei, senza un filo di tacchi (non ne ha bisogno), senza un filo di trucco, jeans, maglietta. Una ragazzina alta e sottile. Chi si interessa di atletica con Heike ha a che fare da più di trent’anni. Nell’80, quando era sedicenne e di cognome faceva Daute, vinse il Festival della Gioventù Comunista a Cuba con 6,76 facendo rizzare i capelli in testa agli adepti dei record giovanili e, in realtà, a chi è attento alla nascita delle stelle. La Supernova della Turingia avrebbe inviato luce propria e molto forte ai primi Mondiali della storia, a Helsinki, conquistando il titolo a  poco più di 18 anni e mezzo in fondo a un finale percorsa da un forte del nord che la spinse a un 7,27 illegale per la norma, legalissimo per piegare la romena Anisoara Cusmir che due mesi prima aveva portato il record del mondo a 7,27 e a 7,42 in una gara con quattro nulli e due salti buoni. Molto buoni.

Su quel record Heike sarebbe calata due anni dopo, in un test berlinese in vista della Coppa del Mondo di Canberra. Il 7,44 che la spinse a diventare l’ultima pioniera sulla frontiera della specialità venne al sesto salto dopo che in altri tre tentativi era atterrata molto al di là. E’ il periodo in cui Heike, diventata Drechsler dopo il matrimonio con Andreas, portiere del Wismut Aue, scandisce formidabili progressi sia sui 100 (da 11”75 a 10”91) e sui 200, cancellando un giovanile 23”19 per puntare direttamente all’assoluto. Il 29 giugno 1986 vince il campionato della Ddr allo stadio Ernst Abbe di Jena eguagliando in 21”71 il doppio mondiale di Marita Koch. E’ il caso di sottolineare che alle sue spalle finisce Silke Gladisch in un tempo, 22”07, che oggi garantirebbe ben altro che un secondo posto ai campionati nazionali.

Due mesi dopo, al Neckarstadion di Stoccarda, che ospita una delle più appassionanti edizioni degli Europei, non è fortunata: trova una serata fredda, con pioggia sottile e un vento contrario non lontano dal metro. Vince con uno dei più profondi margini della storia (61 centesimi sulla francese Christine Cazier) e il secondo 21”71 che offre alla cronologia del record del mondo accende discussioni e iperboli. Per i suoi due acuti datati ’79 e ’84 Marita Koch aveva avuto un vento a favore di +0,7 e +0,3 e Heike, a Jena, aveva approfittato di una situazione (+1,9) vicinissima al limite. Cosa avrebbe potuto ottenere rovesciando il senso della brezza e con una temperatura decente? E’ la domanda piovuta molte volte su exploit non benedetti da condizioni benigne ed è ovviamente rimasta sempre senza risposta. Ma l’amore per le lunghe chiacchierate ha reso i circoli dell’atletica simili a quelli dei cittadini ateniesi che gradivano passare il tempo a parlare delle origini del mondo e dei destini dell’uomo sdraiati sugli scalini di qualche tempio.

Ancora per merito suo il dibattito si riaccese alla vigilia dei Giochi di Barcellona quando il vento le giocò un altro brutto scherzo. Heike aveva portato il record del mondo a 7,45 e, proprio come per i 200, si era eguagliata, per condividere il trono con Jackie Joyner, avversaria e nemesi, e sino alla 18,20 dell’11 giugno 1988 con Galina Chystiakova, russa d’Asia che un quarto d’ora dopo si scrollò di dosso la nobile compagnia con il 7,52 che dopo un quarto di secolo ormai abbondante nessuna ha saputo migliorare. Questo è l’antefatto di quanto avvenne ai 2050 metri del Sestriere la mattina del 21 luglio 1992 sino alla lettura dell’anemometro che si trasformò in sentenza: Heike aveva saltato 7,63 con 2,1 di vento a favore. Un arrotondamento, in realtà, perché la forza effettiva venne misurata i 2,01. Un centimetro! Anche in questo caso dialettici e sofisti trovarono un luogo – i blog non c’erano, grazie a Dio – per riunirsi e provare a stabilire quanto aveva guadagnato e quanto avrebbe saltato con 1,9. Ma qualcuno, spietato, osservò che dopotutto si saltava oltre i 2000 metri e così l’exploit subì qualche drastico taglio, più o meno come era avvenuto, secondo un magnifico racconto del povero Renato Morino, dopo l’8,90 di Bob Beamon a Mexico City: “A ogni osservazione (i due metri di vento a favore, i 2200 metri di altitudine, l’aria elettrica prima del temporale che si sarebbe abbattuto sull’altopiano), quel salto diventava sempre più corto”. Rimane la riconoscenza per aver assistito a quella lunga parabola e, se è per questo, per esser stati presenti a molti dei suoi giorni di gentile tuono.

Heike ha vinto due titoli olimpici nel lungo (unica nella storia), ha saltato 400 volte oltre i 7 metri (idem), è stata due volte campionessa mondiale e cinque europea, ha dato alla luce un figlio poco prima che il buio del Muro franasse, ha vissuto la divisione e ha compreso sino in fondo l’unione quando vinse il secondo oro olimpico a 36 anni. La chiamarono Unsere Heike, la nostra Heike, e lei pianse.

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