Howe in America: "Ci sarà da lavorare"




 
Ormai mancano poche ore alla partenza. Andrew Howe va in America, nella patria della sua madre-allenatrice Renée Felton, nella terra della sua nascita (Andrew è di Los Angeles) ma nella quale torna come un visitatore curioso, anche se smaliziato. Andrew, sostenuto in questo dalla Federazione, va negli Stati Uniti per allenarsi ed imparare, come hanno fatto altri prima di lui. Lo fece anche Mennea, insieme a Vittori, e le esperienze di quegli anni trascritte su carta sono storia dell’atletica italiana. Ma erano altri tempi: allora gli Usa erano un mito, qualcosa da inseguire, ora non più, almeno stando al pensiero di Howe: “L’atletica vera è quella che si fa da noi, nel Vecchio Continente. Qui ci sono le gare principali, qui molti dei campioni, tanto è vero che gli americani vengono a gareggiare in Europa. Sono altre le motivazioni che mi portano in America: si cambia aria, fa più caldo, si può lavorare bene”. A Los Angeles Andrew starà un mese, all’Ucla di Santa Monica, guidato da sua madre ma con i consigli di Joe Douglas e John Smith; a loro si aggiungerà poi (dal 3 al 12 febbraio) Claudio Mazzaufo, il responsabile federale del salto in lungo, che lo segue da quando Andrew era poco più che un bambino, e che adesso ha reso ancor più fitta la sua collaborazione con l'azzurro. Howe gareggerà il 3 e il 10 febbraio in due prove indoor, nella seconda ci saranno tutti i più forti americani, poi tornerà a casa il 13, per essere agli Assoluti e preparare i principali impegni al coperto, soprattutto - se arriverà il minimo di partecipazione - i Mondiali di Mosca: “In America vado per allenarmi e confrontarmi con i campioni del posto che, lo dico subito, non mi fanno paura. Vedremo come andranno le cose, quel che conta è progredire”. - Lo scorso anno ti sei dedicato alla velocità. Tornando ad allenarti per il lungo hai provato differenze tecniche, difficoltà nell’approccio con la tua vecchia specialità? - Direi di no. Ho già lavorato molto a Formia con Mazzaufo, con lui abbiamo creato un ottimo programma, colmando parte delle problematiche tecniche che comunque devo ancora risolvere completamente. Le sensazioni sono rimaste le stesse, anzi credo di essere diventato più forte, perché sono giovane e cresco, questa è la mia fortuna, la natura è ancora dalla mia parte. Non ci sono particolari difficoltà, c’è solo da lavorare. - Due anni fa hai lottato a lungo, vincendo la medaglia d’oro, con il sudafricano Mokoena, che nel frattempo è diventato uno dei principali interpreti della specialità. Quando pensi di riaprire la sfida? - Credo che la sfida sia già aperta, non penso che manchi tanto per raggiungerlo se non l’abitudine alle gare e una condizione ottimale duratura. Bisogna incrociare le dita e sperare che tutto vada per il meglio. Io sinceramente spero non solo di raggiungerlo, ma di superarlo... - La velocità è un discorso accantonato? - La velocità è la base del mio lavoro, quindi non potrò mai abbandonarla. Ci lavoro sopra, perché più veloce vado, più lontano salterò. - E il salto triplo? - L’ho fatto in passato e non mi fa paura, non credo possa causare problemi fisici alla mia struttura. Ora sono concentrato sul lungo, per affrontare il triplo c’è da fare un lungo lavoro tecnico che non posso permettermi. Non nascondo che una gara mi piacerebbe farla, magari a fine stagione, ma adesso voglio concentrarmi solo ed esclusivamente sul salto in lungo. - Partendo per gli Usa, in che condizioni sei all’inizio della preparazione all’estero? - Premesso che ho già lavorato tanto, sono all’inizio della fase di scarico, alla ricerca della giusta reattività in pedana. Per il 3 febbraio penso di essere già a buon punto. - Ti sei ripromesso qualche misura in particolare? - Assolutamente no. Voglio solo saltare lontano. C’è da conseguire il minimo per i Mondiali, 8,10, ma il tempo per raggiungere questa misura c’è, senza fretta, pensando a lavorare bene per costruire non un appuntamento singolo, ma un’intera stagione, quella che deve cancellare un 2005 onestamente da dimenticare. - Come giudichi gli avversari che ti troverai di fronte? - Non mi permetto di giudicarli, so che sono imponenti, ma la storia insegna che non sempre essere così “grandi” serve. Vedrò di difendermi bene. Gabriele Gentili Nella foto: il salto che consentì ad Andrew Howe di laurearsi campione del mondo juniores nel 2004 (foto Omega/Fidal).

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