Henriques, prima donna sul pianeta 50km

16 Gennaio 2017

La marciatrice portoghese ha stabilito il primo record del mondo ufficiale femminile sulla distanza: 4h08:26.

di Giorgio Cimbrico

Dal mondo di là Emmeline Pankhurst, la donna che guidò le suffragette tra tardo Ottocento e esordi del Novecento, applaude il record mondiale di Ines Henriques: la parità è stata raggiunta. Ora le donne hanno un limite e una lista, tutta loro, ufficiale e non contrabbandata con il termine “ufficioso”, dei 50 km di marcia. Tirando le somme, oggi gareggiano dappertutto, su ogni terreno e distanza. Tre gare in meno nelle prove multiple ed è tutto, anche se qualcuna – la lituana Austra Skujyte e la francese Marie Collonvillé, due atlete di spessore – hanno voluto provare l’ebbrezza delle dieci prove, affrontate con un ordine diverso a quelle maschili, e cioè con disco, asta e giavellotto nella prima giornata.

In questo percorso di conquista che ha investito le lunghe e lunghissime distanze su pista e fuori (i 1500 ebbero corso olimpico solo nel 1972, la maratona nel 1984, i 10000 nel 1988), i 400hs, le prove multiple, il triplo, il martello, la marcia, permane qualche anacronismo: il principale è legato a quel dischetto da un chilo che ha difficoltà a cavalcare l’aria. Non c’è dubbio che Sandra Perkovic e le colleghe da vertice mondiale farebbero atterrare un disco da un chilo e mezzo poco più indietro rispetto agli attuali picchi. Quanto al martello, con un chilo di più da dar ruotare attorno a sé prima di affidarlo al cielo, Anita Wlodarczyk potrebbe attestarsi tranquillamente sui 75 metri.

Domenica a Porto de Mos, Ines, nativa di Santarem, regione dell’Alentejo, e così non lontano da dove ha aperto il volume su nuove pagine, ha marciato 50 km in 4h08’26”. La Iaaf aveva stabilito che dal 1° gennaio un tempo sotto le 4h30’ avrebbe avuto tutti i crismi per esser considerato il primo e ufficiale record del mondo. Sino a pochi giorni fa, la migliore prestazione era in mano a una delle “pasionarie” delle lunghe distanze, la svedese Monika Svensson, 4h10’59” nel 2007 a Scanzorosciate, il comune lombardo che ha sempre privilegiato le prove di infinita lena.

Ines Henriques non è più una ragazzina (il 1° maggio festeggerà i 37 anni) e in una carriera ormai molto lunga ha avuto i suoi giorni lieti, come nel 2005 a Miskolc, in Ungheria, quando con la squadra portoghese vinse la 20 km della Coppa Europa. O come nel 2010, quando finì terza a Chihuahua in Coppa del Mondo. A Rio aveva chiuso al dodicesimo posto. Domenica ha avuto problemi nel tratto finale: quasi mezz’ora per coprire gli ultimi 5 chilometri. Sino a quel momento, la proiezione la dava intorno alle 4h06’. Una curiosità: la prova maschile è stata vinta dall’italiano Gregorio Angelini in 4h08’22”. Quattro secondi in meno.

Ora, è abbastanza noto che allungando le distanze, il gap tra uomo e donna si restringa (sufficiente pensare al 2h15’25” di Paula Radcliffe, appena superiore al tempo di Abebe Bikila a Roma ’60 e otto minuti sotto la prestazione di Emil Zatopek a Helsinki ’52), ma ugualmente l’impresa della matura marciatrice lusitana invita a qualche salto nel passato e a qualche riflessione per il futuro.

Nel 1954 il record del mondo apparteneva a un avversario di Pino Dordoni, il ceko Josef Dolezal, con 4h16’06” realizzato nella classica tra Praga e Podebrady. Un anno dopo il sovietico Anatoli Yegorov lo sottopose a robusta “revisione”: 4h07’29”. Tra i Cinquanta e i Sessanta, i titoli olimpici andarono al neozelandese Norman Read, al britannico Don Thompson e ad Abdon Pamich, con tempi tra le 4h30’ e le 4h11’.

A chi toccherà doppiare quel promontorio varcato nel ’65, ad Alma-Ata (l’attuale Almaty) da Gennady Agapov in 3h55’36”? Chi capisce di marcia è pronto a sostenere che un’incursione di Liu Hong potrebbe risolversi con una prestazione poco al di la delle 3h50’ ed è molto probabile sia così. La caccia è aperta e dal momento che la dea di quest’attività è donna – Diana – interessanti sviluppi sono all’orizzonte.

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