Golden Gala, Wariner è superbo, ma c'è Howe (8,41)




 
Asafa Powell aveva un conto da regolare con il pubblico del Golden Gala, che lo scorso anno lo aveva acclamato da neoprimatista del mondo, ma dovendosi accontentare di un saluto da bordo pista. Il giamaicano voleva fare qualcosa di grande, e ci è andato vicino, malgrado uno start abbastanza annacquato. Ai 50 lo statunitense Scott gli è ancora al fianco (fino a pochi metri prima, davanti), ma poi il turbo del campione fa la differenza: il cronometro dice 9.85, primato del meeting eguagliato (lo corse Maurice Greene), ma gli altri sono strabattuti, nessun altro scende sotto i 10 secondi. La sfida, quella con la “S” maiuscola, non ha deluso chi si attendeva grandi cose. Jeremy Wariner ne è uscito vincitore alla grandissima, mentre Xavier Carter, “the X-man”, ha scoperto come nell’atletica le grandi prestazioni (nel caso, il 19.63 di Losanna) possano lasciare tracce violente sul fisico e sulla mente. Il texano Wariner era da quasi una settimana a Roma: ha costruito la sua performance con attenzione certosina, stampando all’Olimpico un fantascientifico 43.62, quarta prestazione mondiale di sempre, un pezzetto di strada in meno verso il primato del suo mito Michael Johnson. Carter ne è uscito distrutto, se così si può considerare chi corre i 400 metri in 44.76, ma c’è da giurarci: lo rivedremo presto a competere con Wariner. Claudio Licciardello si difende, ma con mostri del genere non può fare altro che chiudere in un discreto 46.05. Chi invece non smette di crescere è Andrew Howe. Il reatino si migliora fino a sfiorare il record i Evangelisti, atterrando a 8,41 (-0.1), misura che vuol dire l’ingresso nel mondo che conta della specialità, e la conferma che il bronzo di Mosca non sia stato affatto un caso. Il podio è lo stesso della rassegna iridata (anche se le posizioni sono rispettate solo in un caso), a dimostrazione che i giovani leoni sono pronti per scalzare i vecchi dominatori. Vince Saladino con 8,45, davanti a Gaisah (8,43) e Howe (8,41; serie: 8,18; 8,30; 8,16; 8,09; 8,21; 8,41). Re Kenenisa esce ancora una volta indenne dalla sfida dei suoi più accesi rivali. Qui c’era anche Said Shaeen, il sovrano delle siepi, per un match di prim’ordine. Verdetto scontato fino ad un certo punto, perché nel rettilineo Shaeen non perde un centimetro, anche se alla fine peseranno a favore di Bekele i tre metri di vantagigio strappati all’attacco dell’ultima tornata. Fa sorridere anche il cronometro, visto che i due fanno meno di 12:52 (12:51.44 per Bekele, 12:51.98 per Shaeen). Il ritorno a Roma di Marion Jones vale la sua prima sconfitta dell’anno: a vincere è il fulmine giamaicano Sherone Simpson, che conferma i progressi fatti registrare in patria (mondiale stagionale in 10.82) vincendo in 10.87 (v. +0.3). E’ bella, questa ragazza, e non solo per la sua avvenenza: piace per le forme slanciate, e per una muscolatura sottile decisamente inconsueta a questi livelli. Per la Jones un 10.91 che è comunque il limite personale dell’anno, un altro passo sulla strada di un pieno recupero. Il 1500 maschile regala emozioni impreviste: Rashid Ramzi, il bi-campione mondiale di Helsinki, chiede passaggi da primato del mondo, e tiene botta almeno fino ai 1200 metri. Nel finale si indurisce, e ne approfitta il keniano Daniel Komen Kipchirchir, primo in 3:29.02, miglior prestazione mondiale dell’anno; Ramzi non molla, alla fine di un rettilineo corso tutto di rabbia, e chiude in 3:29.14. Nei 100 ostacoli, Susanna Kallur conferma di avere pieno diritto di cittadinanza nell’élite mondiale della specialità: il suo 12.52 (vento nullo) vale la quinta prestazione mondiale dell’anno, la migliore in Europa. Forza, agilità, determinazione agonistica: la Kallur ha lasciato proprio un bel segno sulla pista dell’Olimpico. Così come è riuscito ad Andreas Thorkildsen, autore di uno straordinario 90,34 nel giavellotto, misura mai vista al Golden Gala (in altre parole, record del meeting). Sanya Richards non smentisce il pronostico e centra l’ennesimo crono super della stagione, correndo i 400 metri in 49.31 (cinque centesimi peggio del suo migliore dell’anno). La tattica della bulgara Stambolova lascia perplessi: cerca una distribuzione perfetta, e infatti finisce fortissimo, ma attacca il rettilineo finale talmente da dietro che alla fine non riesce a completare la rimonta: il 49.91 finale è comunque (e non è poco) record nazionale e miglior prestazione europea dell’anno. La cavalcata di Paul Koech nei 3000 siepi è una corsa in solitaria, chiusa al di sotto della soglia della stratosfera, misurabile in questa specialità negli otto minuti netti. Il keniano si sbraccia per scendere al di sotto della quota, e ci riesce, chiudendo in 7:59.94, seconda prestazione mondiale dell’anno. Nella gara, va segnalato il primato continentale nordamericano dello statunitense Daniel Lincoln, quinto in 8:08.82, tempo di rilievo assoluto. La tattica domina invece i 5000 metri donne: dopo l’ovvia recita delle lepri, il freno a mano viene azionato da tutte le atlete di testa, e alla fine la spunta con un finale strepitoso la donna più attesa, l’etiope Tirunesh Dibaba, 14:52.37 ma anche un ultimo giro corso sul piede dei 56 secondi; dietro di lei, la primatista del mondo, la connazionale Meseret Defar (14:53.51). Bello l’800 metri maschile, con il marocchino Amine Lalou che sigla il mondiale stagionale con 1:43.25 (in tre vanno sotto 1:44, Borzakovskiy è solo quinto), mentre gli azzurri Longo e Bobbato finiscono malinconicamente lontani (rispettivamente a 1:46.33 e 1:47.38). L’asta, per una volta, non regala suspence al pubblico di Roma. Vince l’australiano Paul Burgess, con un “normale” 5,82, mentre Giuseppe Gibilisco si impantana a 5,72, misura che appare tutte e tre le volte superata (in un paio di salti anche abbondantemente), ma che invece finisce regolarmente con l’asticella sui sacconi. Un passo indietro rispetto ad Atene, perlomeno sul fronte del risultato. Da mandare in archivio anche il 2,00 in coppia della croata Vlasic e della belga Hellebaut (record nazionale eguagliato). Anche in questo caso, azzurro sbiadito: Antonietta Di Martino si ferma a 1,80. m.s. File allegati:
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