Gli Oscar dell'atletica mondiale

18 Novembre 2014

Giro d'orizzonte a pochi giorni dalla proclamazione, il 21 novembre a Montecarlo, degli World Athletes of the Year 2014

 

di Giorgio Cimbrico

Che l’atletica sia da sempre uno sport globale, lo dicono molte cose: la sua storia, i campioni nati in paesi-colosso e in lembi di terra piccoli o microscopici (sufficiente pensare a Kim Collins che viene da St Kitts o a Kirani James, originario di Grenada), la capacità di coinvolgere uomini e donne in gesti che fanno parte delle abitudini ancestrali della razza umana. Tra un pochi giorni esiste la gradita possibilità che il titolo di atleta dell’anno vada a chi rappresenta un continente che mai ha avuto questo riconoscimento: l’Asia. Dopo quelle che potremmo etichettar qualificazioni, affidate al voto della Grande Famiglia, del trio che punta al titolo fanno parte Renaud Lavillenie, francese volante, Dennis Kimetto, kenyano resistente e Mutaz Essa Barshim, Qatar, penisola araba, parte di un gigantesco assembramento di territori e di popoli che inizia a dieci minuti di traghetto dal ponte di Galata, a Istanbul, e si estende sino all’arcipelago giapponese. Barshim, in pillole o con una descrizione essenziale come quel suo corpo che ai più colti ricorda una statua di Alberto Giacometti, è sudanese per parte di madre, qatariano per versante paterno, ha 23 anni, ha saltato 2,43, secondo della storia, e al di là del muro quest’anno è andato sei volte, graziando in almeno due occasioni Javier Sotomayor che ha scavallato oltre i 21 anni di regno ma non è detto che arrivi a 22.

Tutto sommato, una prima volta potrebbe venire anche dalle donne. D’accordo, l’Oceania ha già conquistato il premio nel 2011 con Sally Pearson ma nessuno o nessuna rappresentante delle razze originali ci è ancora riuscito e Valerie Adams, donna di peso e neozelandese di mamma tongana, possiede quei requisiti. In realtà quella casella vuota dovrebbe esser stata riempita da tempo con il nome di Cathy Freeman, aborigena australiana, oro nei 400 nell’indimenticabile serata di Sydney popolata da 112.524 spettatori, record mondiale che sarà impossibile scalfire, ma nel 2000 la consultazione premiò Marion Jones che aveva messo le mani su cinque medaglie. Oggi il nome di Wonderwoman è sbarrato con lo stesso trattino che nell’albo d’oro del Tour, sette volte, cancella Lance Armstrong.

Riflessioni su questo quarto di secolo appena abbondante in cui la Iaaf ha assegnato il suo Oscar. Usain Bolt ne ha collezionati cinque e la sua serie vincente è stata interrotta nel 2012 da David Rudisha per quello che il magnifico masai combinò allo stadio olimpico di Stratford, East End londinese. Tra le donne la raccolta più cospicua è di Yelena Isinbayeva, a quota tre. Per paesi, nella “combinata” uomini più donne, guidano gli Stati Uniti, 16, seguiti dalla Giamaica, 8 e dalla Gran Bretagna che ne ha messi assieme 5 con Steve Backley, Colin Jackson, Jonathan Edwards, Sally Gunnell e Paula Radcliffe.

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