Quarant’anni di Mosca '80, chi lasciò il segno

15 Luglio 2020

Il 19 luglio 1980 fu inaugurata l’Olimpiade dei tre ori azzurri (Damilano, Simeoni, Mennea). Da Coe, al dominio sovietico, all’imprendibile Ddr: le storie e i personaggi

 

di Giorgio Cimbrico

La tentazione è sempre stata quella di chiamarla Olimpiade mutilata. Vero, ma solo in parte. E la percentuale del valore per quei giorni di Mosca 1980, inaugurati il 19 luglio al Lenin, si alza e prende corpo e tono riesumando i record del mondo di salto in alto (dopo quel 2,36, che domò il campione uscente Jacek Wszola, Gerd Wessig meritò l’etichetta di “cuoco di Schwerin”), di salto con l’asta (il 5,78 venne seguito dal gesto dell’ombrello rivolto ai tifosi russi da Wladyslaw Kozakiewicz che entrò così nella galleria dei fotogrammi che hanno lasciato il segno), della 4x100 della Ddr donne e degli 800: Nadezhda Olizarenko corse sola dallo sparo alla linea finale strappando con 1:53.43 un progresso personale e assoluto di un secondo e mezzo, disegnando le condizioni per una delle più grandi gare della storia e per la prima tripletta femminile in una gara di atletica olimpica su pista. Senza dimenticare i primati mondiali anche nel martello (Yuriy Sedykh) e nel pentathlon (Nadiya Tkachenko). Dei tre ori azzurri, di cui altrettanto ricorrono i quarant’anni (nell’ordine: Maurizio Damilano 20 km di marcia, Sara Simeoni salto in alto, Pietro Mennea 200 metri) si parlerà approfonditamente nei prossimi giorni.

Non c’è dubbio che qualcuno - in particolare gli ostacolisti ddr Thomas Munkelt e Volker Beck - abbiano approfittato del boicottaggio americano per l’invasione sovietica in Afghanistan trasformandosi in campioni olimpici degli “alti” e dei “bassi” con prestazioni, 13.39 e 48.70 che sarebbero state buone per vincere a Tokyo, non nelle tre successive edizioni. Di altra caratura la misura di Lutz Dombrowski, 8,54, la stessa che quattro anni dopo avrebbe inaugurato il lungo regno di Carl Lewis.

I russi fecero man bassa nei concorsi e ancor oggi possono esibire un quattro su quattro nei lanci maschili che non ha uguali. Su alcuni di quei successi permane l’ombra del dubbio o della manica larga usata dai giudici di casa. Nulla da osservare sul lancio vincente del lettone Dainis Kula a 91,20 ma più di un interrogativo su quello che lo ammise alla finale: all’apparenza cadde di coda ma venne giudicato buono. A Luis Mariano Delis la misurazione dell’ultimo lancio costò il “taglio” di un buon palmo che sarebbe stato decisivo per la medaglia d’argento del disco, forse per l’oro, andato al poco conosciuto Viktor Rashchupkin.

Quanto al peso, Vladimir Kiselyov risultò l’unico a firmare il record personale e soprattutto a interrompere a quota 34 i successi consecutivi di Udo Beyer. Qualche anno dopo Kiselyov perse 25 chili e rischiò di morire per abuso di testosterone.

Vittima della giuria sovietica fu il povero triplista Joao de Oliveira: due salti, a occhio sul confine dei 18 metri, vennero sbrigati con la bandierina rossa. Doveva essere la gara che avrebbe permesso al georgiano Viktor Saneyev di uguagliare il record di Al Oerter (un poker centrato un’edizione dopo l’altra) ma il veterano venne costretto alla resa dall’estone Jaak Uudmae che curiosamente atterrò alla stessa misura, 17,35, che aveva dato al caucasico la seconda medaglia d’oro. Sempre nei concorsi venne una première assoluta: il primo successo di una cubana, la giavellottista Maria Caridad Colon che sbrigò al primo lancio con una lunga parabola sino a 68,40. La piccola Tatyana Biryulina, prima a passare a sorpresa la linea dei 70, non ritrovò la condizione del mese precedente e Ruth Fuchs, che a inizio stagione si era spinta a 69,96, scese in pedana con la schiena dolente, rassegnata a far atto di presenza.

Il mezzofondo offrì una serie di memorabili scontri e di formidabili personaggi: il rovesciamento di quanto era nelle attese nelle due gare più brevi (Ovett a spuntarla negli 800, Coe nei 1500), la superiorità di Tatyana Kazankina (dodici giorni dopo, a Zurigo, centrò un doppio record: chiudendo in 3:52.47 strapazzò di due secondi e mezzo il suo limite mondiale e divenne la prima donna più veloce di Paavo Nurmi nel miglio metrico), le volate al fulmicotone nei 5000 e 10.000 dell’imperscrutabile Miruts Yifter, etiope senza età, la doppietta del maratoneta Waldemar Cierpinski che andò di affiancare Bikila e il drammatico finale delle siepi. FIlbert Bayi aveva deciso di giocare le sue chances su una distanza che, al pari di Kip Keino a Monaco ’72, conosceva poco. Il peso leggero tanzaniano accumulò un vantaggio che crebbe sino a toccare i 35 metri, senza che mai Bronislaw Malinowski rinunciasse a braccarlo, sempre più da vicino, sino al sorpasso prima dell’ultima curva, dell’ultima riviera. Broni, padre polacco, madre scozzese, era stato quarto a Monaco, secondo a Montreal e chiudeva così un lungo e ostinato inseguimento. Poco più di un anno dopo, diventò il primo olimpionico a esser spazzato via in un incidente stradale.

Aveva 30 anni.

La squadra occidentale che, come gli azzurri, tornò felice da Mosca fu quella britannica. Aveva messo le mani sugli amati 800 e 1500, aveva trionfato nel decathlon con un giovane e simpatico ragazzo di Notting Hill (Daley Thompson) e dopo oltre mezzo secolo tornava a incamerare l’oro dei 100: l’ingegner Allan Wells, riqualificato dilettante dopo aver abbandonato antiche gare scozzesi e convinto obtorto collo a usare i blocchi di partenza, divenne il successore e l’erede di Harold Abrahams bruciando Silvio Leonard dopo aver eluso il tentativo di Margaret Thatcher di coinvolgerlo nel boicottaggio del governo britannico.

Sconfitte dalla bella Ludmila Kondratieva nei 100, le Ddr si rifecero nei 200 con Barbel Wockel e soprattutto con Marita Koch che privilegiò i 400 pur essendo stata la prima a violare, e abbondantemente, in 21.71, la barriera dei 22.0. Ne uscì una chiara vittoria, con un tempo, 48.88, non lontano dal mondiale torinese della finale di Coppa Europa ’79. Jarmila Kratochvilova, 49.46, e Christina Brehmer, 49.66, finirono lontane ma contribuirono a formare il primo podio della storia con tre atlete sotto i 50.

BRUCE KENNEDY, CHE SFORTUNA - Mosca rappresentò la “terza stazione” del calvario di Bruce Kennedy, campione olimpico ad honorem in ragione della sfortuna che lo perseguitò. Il giavellottista rhodesiano si qualifica per i Giochi di Monaco ’72 ma agli atleti del paese dell’Africa australe, con gran dispetto di Avery Brundage, non viene concesso di partecipare. L’apartheid di Salisbury pare fosse peggio di quella sudafricana. Nel ’76 si qualifica ancora per i Giochi di Montreal, quelli del boicottaggio dei paesi africani, promosso da Julius Nyerere, contro i rapporti rugbistici tra Sudafrica e Nuova Zelanda. La Rhodesia risulta ancora bandita. A questo punto Kennedy lascia il suo paese, va negli Stati Uniti, sposa un’americana, prende la cittadinanza e ai Trials dell’80 è secondo, già sapendo che non andrà a Mosca dopo il boicottaggio pronunciato all’inizio dell’anno da Jimmy Carter. Il buffo – e il tragico, per Bruce - è che nel frattempo la Rhodesia è diventata Zimbabwe e a Giochi partecipa. Bruce entra finalmente in uno stadio olimpico, il Coliseum di Los Angeles, nell’84, ma come guardiano di una delle porte di accesso.

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Damilano, Simeoni e Mennea medaglie d'oro di Mosca '80 (archivio FIDAL)


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