Di Mulo, quinto frazionista nella 4x100 dei sogni

11 Agosto 2021

Il prof che ha guidato la staffetta all’oro olimpico: “Le mosse? Recuperare Tortu dopo la gara individuale e tirare il più possibile il cambio Jacobs-Desalu. Lavoro, studio e ricerca per arrivare al trionfo”

 

di Nazareno Orlandi

L’uomo dietro alla staffetta dei sogni è un professore mite, misurato, un catanese orgoglioso, un perfezionista, l’esaltazione stessa dello studio, del lavoro e del metodo. “Tokyo è la consacrazione di una carriera”, scandisce al telefono, finalmente rilassato, e felice, mentre cura il giardino di casa sua con la stessa attenzione con cui ha costruito un ingranaggio perfetto, una squadra da sballo, un quartetto campione olimpico che ha fatto impazzire tutti gli italiani. Sempre dietro le quinte. Sempre un passo indietro. Umile e determinato. Filippo Di Mulo è il quinto frazionista azzurro, medaglia d’oro insieme a Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu. È un guru, più che un allenatore. Un motivatore, più che un semplice selezionatore. I retroscena che può raccontare “il prof”, li conoscono in pochissimi. “L’ho vinta, l’abbiamo vinta, in due momenti precisi. L’essere riuscito a risollevare Tortu dopo la delusione enorme della gara individuale. E poi il rischio che mi sono preso di un cambio tiratissimo tra Jacobs e Desalu in finale. Sì, ho schierato la squadra dei miei sogni. Ho concretizzato il progetto che avevo in testa dagli Europei di Barcellona del 2010”.

PROF, CI SONO - Ascoltarlo è come ripercorrere quelle ore pazzesche, tra la batteria e la finale della 4x100 oro alle Olimpiadi, culmine di un cammino lungo, fatto di analisi minuziose, di consapevolezze cresciute anno dopo anno, di esperienze non sempre vincenti ma non per questo meno utili. “Prima della batteria ho chiesto ai ragazzi di avere fiducia nei compagni. Quando infondi certezze nei tuoi uomini, quando li convinci che tutto andrà bene, che i cambi riusciranno, è tutto più semplice per loro - spiega Di Mulo - poi, dopo la batteria, mi sono detto che era l’occasione della vita: con un quartetto nuovo, con il quasi debuttante Patta in prima frazione, con cambi sicuri, avevamo già battuto una barriera storica, quella dei 38 secondi (37.95, ndr). A quel punto devi ballare”. Ma per arrivare a ballare, la strada è impervia. E un flashback, nel racconto di quelle giornate giapponesi, è necessario: “Dopo la delusione dei 100 metri Filippo Tortu era a pezzi, non voleva più correre, la testa vagava. Gli sono stato vicino, in quelle ore difficili. Messaggi continui. Con lui, con il coach Salvino. Gli ho ricordato che è un grandissimo atleta, un talento enorme. E che il suo contributo era essenziale per la staffetta. Gli sarebbe servita per mettere da parte quell’amarezza. È la colonna del gruppo dal 2017, sempre presente, sempre disponibile, e non poteva fermarsi proprio ora: era il momento di raccogliere tanti sacrifici. Alla fine si è convinto. ‘Prof, ci sono’. Più carico che mai”.

INTERMINABILI - Le ore tra il primo turno e la finale le definisce “interminabili”, Di Mulo, 61 anni, tornato responsabile della velocità azzurra dal 2017 dopo le esperienze alla guida del settore maschile dal 2001 al 2004 e al timone delle staffette dal 2009 al 2012. “Sì, due giornate interminabili. Abbiamo lavorato sulla testa, più che sulla tecnica. Tranquillità, consapevolezza, focalizzarsi sull’obiettivo. Giorgio Frinolli in questo mi ha aiutato tanto. Si è presentato al campo un vero gruppo, non un quartetto di singoli. In riscaldamento tutte le altre nazioni volevano intimidirci, provavano mille volte i cambi. In mezzo a tutti quei muscoli, Patta sembrava un cadetto alle prime armi. Noi li abbiamo provati una sola volta, un cambio a testa. Sapevamo già cosa fare”. Frutto dei raduni, della pianificazione accorta, del progetto-staffette studiato a tavolino dalla Federazione.  

35 PASSI - In batteria si era scelto di usare una relativa cautela, di non forzare nulla. “In finale però ho dovuto alzare l’asticella, era l’unico modo per vincere - rivela il prof - Parlo del cambio tra Jacobs e Desalu. Sulla base di tutti gli studi e le analisi fatte, ho deciso di far arretrare il ‘segno’ (in soldoni: il riferimento per la partenza del frazionista che riceve il testimone, ndr) dai 29 passi e mezzo della batteria ai 35 passi della finale. Era il modo per sfruttare il più possibile la frazione di Jacobs, facendolo correre più a lungo, e per far sì che Desalu, partendo prima, avesse una velocità più alta al momento della ricezione del testimone. Ma era rischiosissimo, perché con un segno così indietro, con una partenza di Desalu così anticipata, il passaggio del bastoncino sarebbe avvenuto soltanto ai 25 metri (sui trenta disponibili della zona cambio), quindi al limite, a differenza dei 18-20 metri della batteria. Fortunatamente è riuscito. E soltanto lì abbiamo guadagnato 17 centesimi, perché in finale, in quei trenta metri, il testimone ha viaggiato in 2 secondi e 71 rispetto ai 2.88 della batteria”.

L’azzardo (ragionato) vincente. 

RAZZI - Il capolavoro lo hanno firmato quattro frazioni eccezionali, meravigliosi incastri di un 37.50 epocale, secondo tempo di sempre in Europa, il quinto al mondo alltime. Quattro razzi: “Patta era una mia scommessa e sono felice di averla vinta - le parole di Di Mulo - Dopo il 10.13 di Savona, a fine maggio l’abbiamo portato agli Europei a squadre e si è comportato bene. Da quella esperienza è uscito lievemente infortunato, ha saltato tutti i campionati italiani, poteva preparare gli Europei U23 ma ho chiamato il suo allenatore Garau e gli ho detto che lo avrei portato alle Olimpiadi, se si fossero fatti trovare pronti. Serio, determinato, parla poco ma capisce tanto. È sembrato un atleta navigato. Ai blocchi di partenza contro il mondo non ha fatto una grinza. ‘Fai arrivare il testimone a Marcell’, è l’unica cosa che gli ho detto. Quel cambio lo avevamo provato in aprile al Paolo Rosi e poi nel raduno pre-olimpico di Formia: era totalmente a digiuno di staffetta, ho investito tanto tempo con lui”. In quanto al campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, la sfida era riuscire a fargli mantenere lucidità e concentrazione: “Poteva essere scarico dopo l’oro dei 100, allora gli ho spiegato che poteva essere l’uomo della storia, tornare a casa con due medaglie d’oro come i miti Carl Lewis e Usain Bolt. In batteria non lo vedevo sereno, aveva degli acciacchi, doloretti dietro al ginocchio. L’ho tranquillizzato. È stato indispensabile. E posso dire che negli anni, come settore, l’abbiamo martellato per fargli capire le proprie potenzialità da velocista. Desalu? Eccezionale. A lui ho detto che era l’unico in grado di raccordare Marcell e Filippo. Non c’è altro atleta in Italia. In batteria si è difeso bene e in finale ha sciolto le briglie. Sui 130 metri della curva ha pochi rivali al mondo. Va come un treno. Lo sognavo in terza frazione. Anche grazie a lui, Tortu ha preso maggiore sicurezza. E poi Filippo, con quella rimonta stupenda, è uscito vincente e galvanizzato”.

4 RECORD - Di Mulo, al fianco del DT Antonio La Torre, può rivendicare il merito di aver portato cinque staffette su cinque alle Olimpiadi (con le qualificazioni incassate a Doha e Chorzow) e di averne accompagnate quattro su cinque al record italiano, nel giorno più importante del quadriennio (anzi, del quinquennio): “Lavoro, fatica, organizzazione, studio, ricerca, i fattori sono tanti quando si raggiungono risultati del genere - osserva Di Mulo - in questi anni abbiamo ricostruito un’armonia, amalgamato gruppi, passando anche attraverso errori e delusioni, e dato consigli utili ai tecnici personali, ai quali va il maggiore ringraziamento, così da creare le condizioni per valorizzare gli atleti. La 4x400 uomini, con il supporto di Riccardo Pisani, ha finalmente fatto un salto di qualità mentale, si è sbloccata, con due record in due giorni. Senza quell’errore saremmo stati a metà classifica. La 4x100 donne ha provato più di 500 cambi dal 2017, è la staffetta con il percorso più sereno: sono il primo a essere deluso di non aver potuto schierare Kaddari vista la condizione di Tokyo, ma Siragusa ci ha ripagato con una grande frazione. Sulla mista, abbiamo fatto scelte che rifaremmo, tenuto conto delle ambizioni individuali di alcuni dei nostri uomini più in forma. E sulla 4x400 femminile, ci manca in questo momento una Grenot: col senno di poi si poteva correre 7-8 decimi in meno, ma le ragazze hanno fatto quello che potevano. Nel complesso, siamo stati tra i pochissimi con 5 su 5 a Tokyo, abbiamo fatto un balzo come settore. Dobbiamo esserne fieri”.

CRONACA DI UNA VITTORIA - Un risultato che non si inventa. Un’impresa che si costruisce giorno per giorno, anno per anno. “Alleno staffette dal 1988, la migliore prestazione italiana juniores della 4x100 è ancora della mia Libertas Catania dal 1999. Con il tempo ho costruito e affinato un modello matematico, un foglio excel con un programma informatico, che mi permette di elaborare parametri legati alla velocità di ingresso, alla velocità di accelerazione, alla perdita progressiva di velocità. Inserisco i dati di qualsiasi allenamento e di qualsiasi atleta passi per i raduni, ne approfondisco le caratteristiche, le qualità, i difetti. Ecco cosa c’è alla base di questo trionfo. Un percorso. Tanto studio. E la capacità di dire la parola giusta al momento giusto”. I fenomeni non bastano, se non si sanno gestire, integrare e canalizzare verso un unico obiettivo. È questa l’esperienza. Che ci ha portato all’oro più incredibile e spaziale della nostra storia. “Dalla mia prima Olimpiade sono passati 21 anni, allenavo due atleti, Scuderi e Cavallaro, facevo parte soltanto dell’area giovanile azzurra e quindi pagai il biglietto di tasca mia per volare in Australia. Lo scriverò in un libro, ci sto pensando seriamente. Il titolo? Da Sydney a Tokyo, cronaca di una vittoria”.

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