Dal Cross delle Nazioni ai Mondiali

21 Novembre 2016

Seconda puntata del viaggio nella storia continentale della corsa campestre. Dal dopoguerra fino alla nascita della rassegna iridata, con l’ingresso dell’Africa sulla scena globale, verso gli Europei dell’11 dicembre a Chia.


 

di Giorgio Cimbrico

Il 1946, l’anno della rinascita dopo i disastri del conflitto mondiale, finisce spesso con l’identificarsi negli Europei ospitati dal Bislett di Oslo, il luogo del primo grande successo di un 29enne Adolfo Consolini, costretto a sacrificare alla guerra gli anni importanti della giovinezza, ma è in realtà il Cross delle Nazioni la prima creatura a risorgere qualche mese prima, quando il terreno della contesa è la scozzese Ayr, la contea natia cantata dal poeta Robert Burns. E’ l’inizio della saga dei francesi, del sorgere della potenza belga e delle posizioni di rincalzo alle quali si rassegnano i britannici, duramente provati da stagioni di sacrificio: Raphael Pujazon, di radice spagnola, vive il suo anno solare più felice vincendo in Scozia, conquistando l’oro nelle siepi a Oslo e raddoppiando sui prati dell’ippodromo parigino di Saint-Cloud all’inizio del ’47.

L’anno dopo, a Reading, una pietra miliare: per la prima volta dal 1903 il titolo non va né a un britannico né a un francese. John Doms è il primo a dare consistenza alla scuola belga del fango e della fatica. Altro momento storico nel ’49, all’ippodromo dublinese di Baldoyle. Entra in scena uno dei più entusiasmanti e coinvolgenti protagonisti del mezzofondo declinato su tutte le distanze e i terreni: Alain Mimoun, protagonista di una vita che vale più di un romanzo. Algerino di nascita, combatte contro i tedeschi all’inizio del conflitto, finisce nella zona libera, la Francia di Vichy, fugge, raggiunge l’esercito gollista, partecipa alla campagna di Tunisia e a quella d’Italia e a Montecassino, investito da un gragnuola di schegge, riporta serie ferite. In pista è l’eterno secondo (tre argenti olimpici) dietro Emil Zatopek, amico fraterno, ma sui prati è implacabile. Dopo il ’49, vince nel ’52, nel ’54 e nel ’56, eguagliando il record di Holden, aprendo con il poker la stagione del successo olimpico che attendeva da otto anni: la maratona di Melbourne, corsa in una torrida giornata dell’estate d’Australia, fatale a Emil. Alain, scomparso 92enne nel 2013, stupì il pubblico di Saint-Denis la sera dell’inaugurazione dei Mondiali del 2003, dando vita a un giro di pista a passo di carica quando le primavere erano già 82.

Un altro anno olimpico, il 1960, si trasforma in un’altra svolta molto secca. Si gareggia a Lanark, dove tutto nacque, e anche la vittoria di Rhadi Ben Abdesselam, è un atto di nascita, quello dell’Africa: militare della guardia del re del Marocco, verrà battuto qualche mese dopo da un collega a servizio del Negus nella maratona di Roma, Abebe Bikila. Dietro a Rhadi, finisce Gaston Roelants, uno dei più grandi e versatili specialisti di sempre. Il baffuto - a volte barbuto - olimpionico nelle siepi a Tokyo ’64, primatista del mondo nella “campestre su pista”, nell’ora e nei 20.000 metri, è in grado di offrire una straordinaria e lunghissima serie di piazzamenti sul podio: secondo nel ’60, primo nel ’62, secondo nel ’63, primo nel ’67, primo nel ’69, secondo nel ’70, sino al successo del ’72 a Cambridge che lo colloca al fianco di Holden e Mimoun.

Con Roelants il Cross delle Nazioni trova il suo ultimo vincitore e chiude una vicenda iniziata nell’Inghilterra edoardiana e nell’Europa della belle époque. Dal 1973 l’etichetta sarà quella di Campionato del Mondo Iaaf ma gli specialisti europei saranno ancora in grado di tener duro infilando una dopo l’altra, le vittorie di Pekka Paivarinta, il finlandese che correva con un berrettino da ciclista, dei belgi Eric de Beck e Leon Schots, dello scozzese Ian Stewart, del portoghese Carlos Lopes e dell’irlandese John Treacy, in sette stagioni in cui il monopolio dei “continentali” sul podio venne appena intaccato da un terzo posto del neozelandese Rod Dixon.

Dal 1982, con il successo del piccolo etiope Mohamed Kedir, l’Africa investì il Mondiale come un’onda e fu proprio Lopes a far riecheggiare un doppio, ultimo urrà nell’84 (la stagione del suo oro olimpico in maratona davanti allo sparuto e coraggioso Treacy) e nell’85, sullo scorrevole percorso di Lisbona. Le vittorie di Mohamed Mourhit, nel 2000 e nel 2001, sono da dividere tra il Belgio paese d’adozione e il Maghreb delle origini. Il record di successi di Holden, Mimoun e Roelants è stata battuto prima da Paul Tergat, cinque, e poi da Kenenisa Bekele, arrivato alla mezza dozzina, in trent’anni che hanno visto solo quattro salite europee al podio, quelle del francese Paul Arpin, del britannico Tim Hutchings, del portoghese Paulo Guerra e dell’ucraino Sergiy Lebid, il protagonista della prossima europuntata.

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