Consolini, 100 anni nella storia

03 Gennaio 2017

Il 5 gennaio ricorre il centenario della nascita del grande discobolo azzurro: pluriprimatista mondiale, un oro e un argento olimpico, tre titoli europei


 

di Giorgio Cimbrico

Il 26 ottobre 1941, nella corsa verso Mosca, i carri armati della Wehrmacht tentano di vincere la gara contro la rasputitza, il fango vischioso che attanaglia i cingoli; il 7 novembre 1942 la flotta alleata spia il litorale del Nordafrica per dare il via a quello che Winston Churchill chiamerà l’inizio della fine. Tre quarti di secolo dopo, non smette di apparire singolare, unico che Adolfo Consolini e Fausto Coppi offrano i loro acuti mondiali, in momenti differenti, in una Milano livida, bombardata, sempre più affamata, sempre più percorsa da desideri di rivolta e, di pari passo, dalla crudeltà della repressione.

Il record del disco e il record dell’ora distano l’uno dall’altro poco più di dodici mesi di conflitto: quello di Consolini, il 53,34 che ritoccava di 8 centimetri il fresco limite dell’americano Archie Harris, durerà quattro anni e mezzo e toccherà proprio ad Adolfo allungarlo di poco meno di un metro scegliendo ancora il piccolo palcoscenico del Giuriati, in entrambi i casi in quelle che possono esser etichettate come esibizioni solitarie; quello di Coppi, 45 km e 798 sulla pista del Vigorelli, 31 metri meglio del francese Maurice Archambaud, avrà vita più consistente, undici anni, e verrà migliorato da un normanno dagli occhi colore del fiordaliso che all’epoca frequentava le elementari di Mont-Saint-Aignan, Jacques Anquetil.

Record di guerra, record militari: Adolfo aveva 24 anni, era artigliere all’8° reggimento impegnato in operazioni in Jugoslavia, sostiene una ricostruzione. Valutato il periodo, tra l’aprile del ’40 e quello del ’41, più probabile che il reparto fosse di stanza sul fronte greco: l’invasione della Jugoslavia da parte della Germania, che investì brutalmente Belgrado, e dell’Italia, che occupò il litorale adriatico, è della fine di marzo del ’41. Coppi era caporale del 38° reggimento di fanteria “Ravenna”, inviato in Nordafrica per affiancare i resti dell’Afrika Korps e provare ad arrestare gli Alleati sbarcati sulla costa di Marocco e Algeria nell’operazione Torch, prima grande operazione anfibia della guerra.

I destini bellici dell’uno e dell’altro sono diversi: dopo il record, Adolfo, al tempo atleta dell’Oberdan Pro Patria, raggiunse la sua batteria che aveva Roma come centro di mobilitazione; Fausto partì con il “Ravenna”, cadde prigioniero il 13 aprile 1943, finì prima in un campo di prigionia in Tunisia e poi a Blida, in Algeria, per tornare in Italia solo all’inizio del ’45, da autista di un tenente della Raf.

Il record di Adolfo va in scena in un singolare orario mattutino, le 11: i primi due lanci sono nulli, il terzo è modesto, il quarto, oltre i 52, è un primo barbaglio di luce, il sesto è quello buono; quello di Fausto ha come teatro il Vigorelli (al tempo e anche in seguito, la pista più scorrevole del mondo), davanti a poca gente, dopo un inizio in cui prudenza e desuetudine all’esercizio sui 60’ fanno temere il fallimento, evitato dai richiami del cieco veggente Biagio Cavanna. Non è noto se Adolfo ebbe un premio; è noto quello che toccò a Fausto, 25.000 lire messe in palio dalla Legnano. Adolfo aveva esordito nel ’38, agli Europei di Parigi: quinto, non male per un 21enne, ma la guerra gli porta via i Giochi dell’età tra i 23 e i 27 anni; Fausto aveva vinto 21enne il Giro del ’40, concluso il giorno prima che Benito Mussolini si affacciasse al balcone di piazza Venezia per la dichiarazione di guerra.

Oggi Consolini sarebbe un vegliardo centenario, chissà se smagrito o mastodontico.


E’ morto da quasi mezzo secolo, cinque giorni prima del Natale ’69: aveva quasi 53 anni e le ultime immagini lo offrono con la tuta della Sal Lugano perché In Italia dopo i 45 anni non si poteva più gareggiare e lui ne aveva sempre voglia. Fausto, campagnolo come lui, ebbe vita ancor più breve, poco più di 40 anni e poco più di Mozart.

Nel 2003, scendendo verso il Garda, da Rivoli Veronese, in compagnia di Sara Simeoni e di Erminio Azzaro (l’occasione era il 50° compleanno della Regina), la strada portò a passare per Costermano che ad Adolfo ha dedicato un busto sulla piazza, opera del maestro reatino Bernardino Morsani. Capitò di constatare con una certa commozione come certe sotterranee linee di sangue, certi ruscelli di linfa pura, attraversino i luoghi: tra Rivoli e Costermano correranno a dir tanto cinque chilometri, lungo i quali allineare cinque medaglie olimpiche e altrettanti record del mondo. Lì iniziò tutto, il lavoro nei campi, l’infortunio al braccio cadendo da uno dei cavalli che la famiglia usava per il lavoro, la scelta pragmatica, rustica, di rieducarlo con il gioco del tamburello, popolare da quelle parti, una piccola prova di sé come lottatore (era troppo buono e quando fece scrocchiar le ossa di un avversario ne ebbe pena ed evitò di continuare), l’intuizione di un allenatore: con quelle braccia, dove poteva spedire il disco? Pare la biografia, sospesa tra cielo e terra, di un titano, di un candido Ercole, come lo battezzò Brera, che non infierisce su Caco.

Il partito gli mette le mani addosso, assegna un bracciante a genitori che si lamentano di aver perduto una tale forza-lavoro, lo trasferisce a Milano e lui fa rizzare i capelli a Boyd Comstock, il tecnico americano chiamato dal marchese Luigi Ridolfi per far respirare aria nuova sull’atletica azzurra. Più tardi provocherà l’eccitazione di Giorgio Oberweger, l’albatros triestino che, terzo nel ’36, vede nel veronese l’erede e qualcosa di più e, più tardi, ricorrerà alla gherminella di iscriversi alla gara olimpica per tempestar di consigli il gentile omaccione.

E’ in fondo a un tunnel che tocca a lui confermare che l’Italia è viva: il 14 aprile 1946, ancora al Giuriati, in una gara “fredda” (secondo, tal Selmi, con meno di 36 metri), tra le 15.20 e le 15.30 allunga prima a 53,69 e poi a 54,23. E’ la premessa di quel sta per capitare a Oslo, per gli Europei della rinascita e della conta degli assenti, morti e epurati. Luogo ricco di simboli: in Norvegia era stato creato uno dei più odiosi stati-fantoccio, il governo di Quisling; in Norvegia la resistenza si era battuta sfruttando l’arma della difficoltà ambientale. Un viaggio interminabile e periglioso, che veniva raccontato con dovizia di particolari e con spirito arguto da Carlino Monti, velocista, giornalista, scrittore, milanese di una milanesità ormai perduta: un aereo americano che porta gli azzurri a Marsiglia e di lì a Copenhagen, prima che una tempesta blocchi a terra e permetta il decollo solo il giorno dopo, quando al Bislett le gare stanno per iniziare. Consolini vince e sarà il primo dei suoi tre titoli europei, l’annuncio della gara olimpica e londinese sotto una pioggia sottile, la giornata che costringe (provocando un piacere panico) un giovane Brera a stendere un pezzo fluviale: occupa gran parte della “prima” della Gazzetta e tracima all’interno. Prende la testa Beppone Tosi da Castelletto Ticino (pura razza ligure, sostiene Gioann, al pari di Mario Lanzi), un corazziere che ama il rosso, specie il Ghemme delle sue parti. Risponde Adolfo spedendo il disco un metro esatto più in là, 52,78.

All’ultimo turno la pedana è un cerchio di fango: la linea bianca, confine tra il lancio valido e il nullo, è quasi invisibile e la parabola disegnata dall’americano Fortune Gordien sembra dannatamente lunga. La bandierina rossa alzata da un giudice annulla l’attesa di una misurazione che non avverrà. Adolfo e Beppone festeggiano con un fiasco. Meno di tre mesi dopo, all’Arena napoleonica, il campione porterà il record del mondo a 55,33, riprendendosi il vertice e valicando la barriera sfiorata due anni prima da Bob Fitch a Minneapolis.

Di Adolfo, Brera fu ammiratore adorante, aedo, persino una sorta di manager in quell’estate scandinava del ‘52 seguita ai Giochi di Helsinki (Consolini finì secondo, a 1,25 dall’americano Sim Iness) quando i due decisero di andare a battere la scena dei meeting del Nord. Il gigante italiano appariva come un moderno Thor, paziente e gentile e Brera racconta che in uno di questi borghi affacciati sul mare - più che meeting, sagra paesana, festa di gusto pagano - Adolfo esplose in una botta tremenda e di come lui, novello Sancho Pancha, si dedicò a una misurazione effettuata con il più primitivo dei sistemi: la conta di lunghi passi. Furono sessanta: quel muro sarebbe stato abbattuto solo nove anni più tardi da Jay Silvester, collezionista di record e abbattitore di barriere (ufficiosamente due volte oltre i 70) ma mai capace di metter le mani sull’oro olimpico.

Brera conobbe a fondo Adolfo, misurò la sua timidezza, la ritrosia. E nei giorni olimpici di Helsinki, nel bosco di Otaniemi dove sorgeva e sorge il razionalista villaggio in pietra e legno, usato e riusato per tre successive edizioni degli Europei e due dei Mondiali (i buoni vestiti devono essere utilizzati sino a vedere le trame della stoffa), divenne testimone della corte serrata, simile ad assedio, di Nina Dumbadze, bella georgiana che voleva a tutti i costi quel giovanotto dal profilo di medaglione. Dopo lunghi tentennamenti, la fortezza cadde. Il resto è una successione di fatti: il terzo titolo europeo, nel ’54, l’apparizione da ardito del popolo (Maciste) in “Cronache di poveri amanti”, la partecipazione alla terza Olimpiade, a Melbourne, ormai vicino ai 40 anni (sesto, nel giorno del primo asso calato da Al Oerter, l’uomo del poker); il giuramento letto con quella voce sottile, spezzata dall’emozione, nell’Olimpico romano. Adolfo vinse la sua ultima gara sei mesi prima di andarsene, quando tutti lo piansero.

Adolfo, una vita in pedana
5/9/1938, Parigi (Colombes): EC 48,02 (5); 1. Willy Schroeder (Ger) 49,70
26/10/1941, Milano (Campo Giuriati): 53,34 WR (n; n; 45,63; 52,11; 50,27; 53,34)
Precedente record 53,26 Archie Harris (Usa) Stanford 20/6/1941
14/4/1946, Milano (Campo Giuriati): 53,69 e 54,23 WR (51,14; 53,69; 54,23; 51,26; 52,46; 51,74)
Precedente record 53,34
24/8/1946, Oslo (Bislett): EC 53,23 (1)
2/8/1948, Londra (Wembley): OG 52,78 (1)
10/10/1948, Milano (Arena): 55,33 WR (52,50; 53,20; 53,60; 50,00; 55,33; n)
Precedente record 54,93 Bob Fitch (Usa) Minneapolis 8/6/1946
26/8/1950, Bruxelles (Heysel): EC 53,75 (1)
22/7/1952, Helsinki (Olympiastadion): OG 53,78 (2); 1. Simeon Iness (Usa) 55,03
28/8/1954, Berna (Neufeld): EC 53,44 (1)
11/12/1955, Bellinzona: 56,98 PB e ER
27/11/1956, Melbourne (Olympic Stadium): OG 52,21 (6); 1. Alfred Oerter (Usa) 56,36
22/8/1958, Stoccolma (Olympiastadion): EC 53,06 (6); 1. Edmund Piatkowski (Pol) 53,92
7/9/1960, Roma (Stadio Olimpico): OG 52,44 (17); 1. Alfred Oerter (Usa) 59,18

Palmarès
Titoli italiani (15): 1939, 1941, 1942, 1945, 1949, 1950, 1952, 1953, 1954, 1955, 1956, 1957, 1958, 1959, 1960
Giochi Olimpici (1 oro, 1 argento): 1/1948, 2/1952, 6/1956, 17/1960
Campionati Europei (3 ori): 5/1938, 1/1946, 1/1950, 1/1954, 6/1958

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Adolfo Consolini e Beppe Tosi


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