Cala il sipario sulla 31^ Olimpiade di Rio De Janeiro

30 Agosto 2016

Considerazioni del Maestro di Sport Pasquale Mazzeo, ex maratoneta e stella d'oro al merito sportivo del CONI, sul fallimento dell'Atletica azzurra.


 

 

"Addio" a Rio, recente festosa sede olimpica, ed " Arrivederci" a Tokio 2020: così ci salutano i Giochi olimpici, che hanno conferito allo sport italiano un bel bottino: 28 medaglie, di cui 8 d'oro, 10 d'argento e 8 di bronzo. C'è, allora, da stare contenti? Nel complesso, sì, ma per l'Atletica italiana è stato un totale fallimento, come non avveniva dal lontano 1956 delle Olimpiadi di Melbourne: nessuna medaglia! Sin da subito dirigenti e tecnici dell'Atletica vanno alla disperata ricerca d'un perché di tale disfatta, ma, assurdamente, nessuno sembra vedere o voler vedere la causa più palese, più acclarata, consistente in almeno due fattori fondamentali: il grande strapotere fisico e non solo fisico degli atleti di colore nonché l'universalità dell'Atletica, da sempre regina dei Giochi. Abbiamo, infatti, vinto medaglie, anche pregiatissime, in sport, peròpoco praticati internazionalmente (30/40 nazioni), a fronte delle ben 107 nazioni partecipanti nell'atletica leggera, vero, unico, grande sport universale. La ragione della pratica universale dell'Atletica consiste nel fatto che i popoli africani o d'origine africana amano cimentarsi quasi esclusivamente nelle specialità sportive connaturate ai gesti primordiali dell'uomo: il saltare, il lanciare e, soprattutto, il correre, che è stato anche la prima espressione sportiva agonistica olimpica nel lontano 776 a. C., proprio ad Olimpia in Grecia. A queste considerazioni di universalità atletica, che rende a tutti estremamente difficile primeggiare, si aggiunge, e personalmente lo ripeto in sede regionale e nazionale da almeno 15 anni, l'enorme superiorità fisica degli atleti di colore. E' questa una verità scientifica tanto palese quanto ipocritamente taciuta da tecnici e dirigenti, per mancanza di onestà intellettuale, che stenta a riconoscere le maggiori potenzialità fisiche e, quindi, le maggiori capacità condizionali degli atleti di colore. Parlo di mancanza di onestà intellettuale dal momento che i colleghi tecnici nazionali, mentre sostengono a parole la valenza degli atleti bianchi, nei fatti, per acquisire notorietà e fama, mirano ad allenare soprattutto gli atleti di colore. E spiego perché gli atleti di colore sono e saranno sempre più imbattibili nelle discipline sportive più naturali e meno sofisticate tecnicamente, come i salti e le corse, sia di velocità che di resistenza.

Gli atleti di colore a livello fisico presentano:

- un più favorevole rapporto peso/potenza;

- una maggiore ricchezza ematica;

- una maggiore potenza cardio circolatoria e respiratoria;

- una assai minore viscosità intercellulare a livello muscolare, con  conseguente maggiore fluidità, elasticità

  ed economicità energetica di corsa.

Gli stessi hanno anche maggiore necessità e desiderio di emanciparsi socialmente ed economicamente, provenendo per lo più da Paesi poveri e depressi del Continente africano. Quest'ultimo fattore, che segna una forte motivazione ed inclinazione psicologica alla grande fatica allenante, riguarda soprattutto gli atleti delle medie e lunghe distanze della corsa atletica. Pertanto, è inutile chiedersi perché veniamo battuti dagli atleti di colore. Ci basti poter vincere in quegli sport da loro non ancora praticati, perché quando e se li praticheranno, allora bisognerà istituire quadriennalmente due olimpiadi distinte e separate:una per i bianchi ed una per i neri oppure, redigere classifiche separate tra bianchi e neri. Quindi, per questa "Waterloo" dell'Atletica azzurra alle Olimpiadi di Rio, non è da promuovere ed alimentare alcun processo accusatorio verso dirigenti, tecnici e strutture federali, anche se queste ultime qualcosa in più potevano e potrebbero fare sul piano promozionale ed organizzativo.

Altre due brevi considerazioni flash, che proiettano una lunga ombra nera sul destino dell'Atletica italiana:

- la Scuola, per lo sport e per l'atletica in particolare, non esiste;

- i giovani che fanno atletica sono sempre di meno, perché amano sempre più intrattenersi su internet e su

  altre anchilosanti attività sedentarie, mentre vediamo correre solo gli anziani e i vecchi, che, spesso con la

  loro sofferta e trascinata tecnica di corsa, arrecano un'offesa all'immagine del nobile ed elegante gesto

  di tale disciplina, cuore e simbolo di tutta l'Atletica.

Infine, una luce di speranza per l'atletica nazionale potrebbe venire, e ciò non è escluso, da una novella e consistente circolazione di sangue africano in seno all'italico suolo. Ma per ciò ci vorranno almeno ancora un paio di generazioni e noi, nel frattempo, diciamo con De Coubertin: " L'importante è partecipare!", anche se quest'affermazione non rispecchia il vero senso dell' " aretè" dell'uomo olimpico greco.

 

 



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