C'era una volta il Cross delle Nazioni

27 Marzo 2015


 

di Giorgio Cimbrico

Il mondiale di corsa campestre sta per andare in onda in Cina, che al contrario di quanto pensava Jean Luc Godard, non è tanto vicina. Dal cross, poi, molto lontana. E così, per contrasto, viene in mente che c’era una volta il Cross delle Nazioni che, all’inizio, assomigliava molto all’Union Championship e al vecchio 5 Nazioni di rugby: al via, sui prati e nel fango, inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi, poi francesi e belgi. L’eroe di qualla chanson de geste era Jack Holden da Bilston, Midlands, che firmò un Grande Slam, cinque vittorie, negli anni che condussero verso alla guerra, fu ormai attempato campione europeo di maratona nel 1950 e scomparve quasi centenario.

Il cross era una faccenda europea, lo è stata a lungo, anche quando la Iaaf mise il suo sigillo e la vecchia etichetta venne strappata via per apporre quella di campionato del mondo. Ma la globalizzazione, almeno nei primi anni, rimase ancora una chimera.

L’anno primo del Mondiale, il ’73, registro i successi di Pekka Paivarinta, il finlandese che correva con un berrettino da ciclista calcato sul cranio, e da Paola Pigni che concesse il bis di lì a un anno, registrata come signora Cacchi.

Le intromissioni nelle zone alte degli altri continenti (Rod Dixon, Bill Rodgers, Julie Brown) erano contrassegnate dalla sorpresa. La corsa campestre era una sfera immobile, tolemaica, e la fine degli anni Settanta (Leon Schots, John Treacy, il sorgere della potenza leggera di Grete Waitz) ne fu una conferma e, al tempo stesso, ne segnò anche il tramonto. Nel ’79, al galoppatoio di Limerick, il gracile John Treacy, enfant du pays, fece il bis davanti a quel buonanima di Bronislaw Malinowski e al sovietico Aleksandr Antipov. Nelle lontane retrovie, una pattuglia di africani. Il ricordo un po’ annebbiato non permette di dire con sicurezza se fossero tanzaniani o ugandesi. Comunque, staccatissimi. Folkloristici.

La corsa campestre era un esercizio per gente abituata al freddo, all’umidità, al fango, alla neve. Per gli africani c’erano la pista e l’asfalto.

Sino a quando tutto venne rivelato e illuminato dal labbro pendulo e saggio di John Ngugi, in fondo a una giornata gelida, di poggia sottile e di vento che veniva dalle montagne del Jura e investiva le vigne spoglie di Colombier, sulle balze nei pressi di Neuchatel. “Chi ha detto che noi corriamo solo al caldo? Io mi sono preparato in montagna, con il termometro che puntava verso lo zero”. Ngugi fu il primo kenyano a vincere il titolo – lo avrebbe fatto in altre quattro occasioni -, ma non fu il primo africano, preceduto dagli etiopi Mohammed Kedir e Bekele Debele, ma il suo successo è uno spartiacque: da quel momento, gli altri continenti non hanno avuto spazio. A parte il Belgio, ma nessuno può negare le radici marocchine di Mohammed Mourhit. Le saghe vennero scritte da Paul Tergat, cinque successi consecutivi e, sempre limitandosi al “lungo”, la prova principe, da Kenenisa Bekele, cinque di fila prima di diventare il collezionista più ricco dopo l’edizione concessa all’eritreo Tadesse.

Le europee, un’americana e un’australiana sono riuscite ad arginare l’onda nera ben più dei colleghi. Dall’85 (terzo e ultimo successo di Carlos Lopes), tredici vittorie di Zola Budd, Annette Sergent, Ingrid Kristianen, Lynn Jennings (tre di fila), Albertina Dias, Sonia O’Sullivan, Paula Radcliffe (quell’ambiente era perfetto per la britannica che correva sputando l’anima) e Benita Johnson.



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