Bolt, ultimo sprint a Londra 2017

15 Ottobre 2016

Il fulmine giamaicano ha annunciato che chiuderà la carriera ai Mondiali del prossimo anno


 

di Giorgio Cimbrico

Usain Bolt, fine corsa 2017, ai Mondiali di Londra, dopo essersi lasciato alle spalle il trentesimo compleanno e la terza tripletta in un susseguirsi di 3 che, secondo la saggezza popolare, rappresenterebbe il numero perfetto. L’addio è fissato tra il 5 e il 13 agosto all’Olimpico di Stratford, che ha contribuito a riempire nella sua prova generale per Rio (82.000, come nelle sere felici e indimenticabili dei Giochi 2012), dove si lancerà all’assalto di un’altra raffica di titoli: se tutto andrà per il verso giusto, diventeranno 14. Mancano solo i 100 di Daegu 2011, quelli della falsa partenza più famosa della storia: peccato, avrebbe potuto puntare a un altro multiplo di 3. Proprio come le lettere che formano nome e cognome dell’Uomo che volle essere Lampo: 9.

“Nel 2017 mi fermo di sicuro”, diceva da tempo. Ma qualcuno aveva insinuato che, con una concorrenza non troppo feroce (Gatlin è anziano, De Grasse è convincente ma ancora tenerello, Bromell non si è confermato), e con una oculata amministrazione di se stesso, un Bolt 34enne avrebbe potuto atterrare su Tokyo 2020 per continuare la sua infinita mano di poker, calare il quarto tris. Non è il caso: tra meno di un anno, avrà tutto il tempo e le occasioni per godersi i soldi su cui ha messo le mani e i fatati piedi e altri se ne aggiungeranno. Come “testimonia” lui, “testimoniano” in pochi: il volto dell’atletica, dello sport, come gli All Blacks, come Lebron James, come qualche anno fa Roger Federer e Tiger Woods.

Il Lampo più fiammeggiante della storia scrisse la sua parabola più alta e rovente sulla pista di Berlino, nell’estate del 2009: 9.58 e 19.19, con punte oltre i 44 orari. A Londra, tre anni dopo, giunse nei pressi: 9.63 e 19.32. A Pechino aveva scritto la prima pagina della sua era con due record del mondo: 9.69 e 19.30. A Rio, 9.81 e 19.78, vincendo prima con un metro e poi con due metri - abbondanti - su chi ha tentato di inseguirlo, un’accoppiata che è anche il segno dell’inizio del meriggio, della presa di coscienza sul trascorrere del tempo che interessa anche i titani, i semidei.

Provando un’interpretazione psicologica a larghi palmi, Bolt deve aver deciso che Tokyo era, per usare un’immagine nata durante una sfortunata operazione degli Alleati, un “ponte troppo lontano” dopo la vittoria sui 200. Per la prima volta non ha concesso un repertorio di gioia contagiosa: il numero per il fotofinish ridotto a pallina, un’espressione tra l’interrogativo e il deluso, tutto qui. Dopo quella curva bruciata e volata su una pista imperlata di minuscole gocce, tutti, lui per primo, attendevano uno sparo nel buio, un’incursione nei territori proibiti. E invece, 19.78, senza neppure la segnalazione del miglior tempo mondiale dell’anno, a un’ottantina di centesimi da quella linea di confine, i 19 secondi, che era e rimarrà invalicata e che Usain in realtà avrebbe infranto fosse stato ancora in vigore il cronometraggio manuale: il 19.19 berlinese può essere rubricato in un generoso 18.9.

Il 10 giugno una volata davanti al pubblico del National Stadium di Kingston (dove presto una sua statua affiancherà quella di Arthur Wint, primo giamaicano a conquistare un oro olimpico, quella dei 400 a Londra 1948) e, due mesi dopo, i Mondiali nella città che non ha mai nascosto di amare per le dimostrazioni di affetto che ha ricevuto. Bolt chiuderà e transiterà nel mito guidando un chariot of fire, un carro di fuoco.

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