Alto: record per tre, quarant'anni fa

18 Settembre 2019

Lucio Dalla sugli spalti, l'abbraccio a Mennea: il 19 settembre 1979 a Bologna il primato italiano dei saltatori Raise, Di Giorgio e Bruni, tutti a 2,27


 

di Giorgio Cimbrico

Fu la nostra Sacramento: lì, nell’anonima capitale della California, undici anni prima, tre a 9.9, Jim Hines, Ronnie Ray Smith, Charlie Greene. A Bologna, undici anni dopo, 19 settembre 1979, quarant’anni fa e una settimana dopo il Mennea messicano, tre a 2,27 nel salto in alto: Oscar Raise, Massimo Di Giorgio, Bruno Bruni.

Usando il suo educato stile, Massimo Di Giorgio ci ricorda l’anniversario, evocando “la notte magica con la presenza sugli spalti di Lucio Dalla e dell'abbraccio a Pietro Mennea di ritorno dal Messico”. La foto dei tre, accanto al tabelloncino manuale, riuscì a scavarsi un suo spazio. Altri tempi.

Il piemontese Raise era ragioniere e lavorava alla Fiat. Di Giorgio era furlan di Udine, Bruni furlan di Cordovado, vicino al confine con il Veneto. I primi due avevano abbracciato lo stile di Dick Fosbury, Bruni, che aveva in sé qualche ombra di Alain Delon, apparteneva a una tribù in via di estinzione, quella dei ventralisti, malgrado il vertice mondiale fosse occupato proprio da uno dei più sublimi adepti di quello stile, Volodja Yashchenko, 2,34 alla Coppa della Pravda a Tbilisi, Georgia, ma un centimetro più in alto a Milano, agli Europei indoor del ’78. Al tempo il concetto di record del mondo assoluto doveva essere ratificato e ancor oggi è duro da far capire, quando sarebbe sufficiente consultare l’articolo 260 del regolamento.

La situazione italiana, a quel tempo, era aggrovigliata attorno alla “vexata questio”. In fondo a una serie immacolata, Bruni aveva superato 2,26 in inverno a Genova. Di Giorgio lo aveva imitato in giugno a Udine, dopo un 2,25 appena oltre confine, a Nova Gorica, che aveva avuto accesso alla cronologia del record all’aperto. Erano i due prim’attori che sembravano lasciare poco spazio a Raise, brillante nelle gare sotto un tetto, uno dei primi a tentar la sorte nell’allora giovane classica di Trinec.

Quella sera finirono l’uno a fianco dell’altro e quella triarchia ebbe vita beve: otto mesi dopo il trevigiano Paolo Borghi scavalcò 2,28, l’ultimo numero meraviglioso scritto da Valeri Brumel. Prima di dedicarsi all’allevamento delle api e allo studio di uno degli ordini sociali più organizzati e evoluti (uno dei mondi descritti con febbrile affetto da Mario Rigoni Stern), Di Giorgio decise di prendere la scena tutta per sé e dopo il 2,29 di Pisa firmò il primo 2,30 italiano sulle pedane di casa, accorciando il divario con il mondo (Dwight Stones quella quota l’aveva superata solo sette anni prima), continuando una formidabile tradizione regionale, scandita dai sette record di Enzo Del Forno, e che avrebbe visto sbocciare prima Luca Toso da Tavagnacco e poi Alessandro Talotti, concittadino di Massimo.

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