7 perle mondiali: Kostadinova, Powell e...

24 Settembre 2019

Quando la rassegna iridata è da record: dal primato dell'alto femminile di Roma '87, alla straordinaria finale del lungo di Tokyo '91, ai voli di Göteborg '95 nel triplo


 

di Giorgio Cimbrico

Le sette meraviglie mondiali sono venute tutte nel mese che abitualmente ospita la rassegna, comprese le due incursioni berlinesi di Usain Bolt di cui abbiamo di recente celebrato il decimo anniversario. Comprendendo quel 9.58 e quel 19.19 le meraviglie sarebbero nove, come le sinfonie di Beethoven, come le Muse. Quattro di queste imprese sono imbattute.

30 agosto 1987, Stadio Olimpico di Roma. Stefka Kostadinova, bulgara di Plovdiv, l’antica Filippopoli, aveva eguagliato, 2,07, e superato, 2,08, la connazionale Lyudmila Andonova nel breve volgere di sei giorni, tra il 25 e il 31 maggio dell’86, in entrambe le occasioni al Levski di Sofia. Prima dell’appuntamento che assegnava la corona, si era elevata a 2,06 a Worrstadt. A Roma, nel giorno che coincise con la vittoria di Maurizio Damilano nella 20 km e di Ben Johnson, in un record del mondo che venne cancellato un anno dopo per la bufera che spirò su Seul olimpica, Stefka interpretò una gara lunga (12 salti) e difficile, subendo sino a 2,04 l’insidia tesa da Tamara Bykova. Superata quella quota alla terza e vinta la partita a 2,06, riunì titolo e record nello stesso giorno, evento concesso a pochi, scavalcando 2,09 al secondo assalto, qualche minuto prima delle sette di sera. Dopo Roma, 2,06 a Rieti e 2,07 a Cagliari. Bottino di carriera, 21 salti a 2,05 o più. Nient’altro da aggiungere se non che in trentadue anni solo Kajsa Bergqvist e Blanka Vlasic l’hanno minacciata.

30 agosto 1991, Stadio Nazionale di Tokyo. È il giorno in cui Carl Lewis impedirà a Bob Beamon di continuare sulla sua strada di primatista mondiale incontrastato, già circondato da un’aura leggendaria. C’è qualcosa nell’aria a suggerire un addio al re di Mexico City, al primo autore di un infinito volo librato, a quell’8,90 diventato punto di riferimento, miraggio, arca irraggiungibile. Ma alle 19.07, con 27° e un pesante 83% di umidità, è Mike Powell, innamorato del canestro, a camminare nell’aria, ad alzare un geyser di sabbia, a stordirsi in una gioia anticipata: lunghisti e triplisti hanno “piedi intelligenti”, non hanno bisogno della misurazione per capire dove sono arrivati. Mike è arrivato a 8,95 e non sa se ridere, piangere. Ha battuto Beamon e ha scavalcato Lewis che sta regalando a se stesso e al mondo la sua più grande, inutile giornata: 8,68 legale, 8,83 con vento oltre la norma, 8,91 ancora con soffio al di là dei due metri. E’ al quel punto che Carl merita il titolo di invitto: ha ancora due salti e il primo è un record personale (!) a 8,87 e l’altro è appena un pollice più corto, 8,84. Media dei salti di Lewis: 8,826; media dei salti di Powell: 8,407. Ma fu a lui che toccarono il potere e la gloria.

7 agosto 1995, Ullevi di Göteborg. Vento costante, 1.3 a favore, alla 17.30, 18,16, e alle 17.45, 18,29 che fanno 60 piedi. Il secondo record del mondo è di un nitore, nell’esecuzione e nell’atterraggio, che fondono l’aggettivo “divino” con il nome di Jonathan Edwards, a quel tempo molto pio, ora molto meno. E’ il suo anno: 18,43 con 2.4 a Lille, 17,98 e record del mondo a Salamanca (la vecchia Castiglia è generosa con i saltatori…), 18,03 e 18,08 a Gateshead e a Sheffield, sempre con venti di coda appena eccessivi: la preparazione a quanto sta per offrire in quei due salti in cui la scomposizione (6,12-5,19-6,85 e 6,05-5,22-7,02) ha l’aspetto di un poetica equazione scritta di getto da Albert Einstein.  

10 agosto 1995, Ullevi di Göteborg. Qualcuno racconta che Inessa Kravets, ucraina di Dnipropetrovsk, abbia dato un’occhiata ai balzi di Edwards e abbia capito qualcosa che poteva tornarle utile. Vero o falso, trovò almeno in un salto i giusti equilibri, sino a toccare 15,50, in una serie con tre nulli, un passo e un modesto 14,65. Senza quell’improvviso acuto, senza quel record del mondo spostato in un colpo di 41 centimetri (era 15,09 di Anna Biryukova), Inessa, lunghista da 7,37, sarebbe finita quinta.

Allontanò da sé la fama di baciata dalla sorte mettendo le mani sul titolo olimpico l’anno dopo ad Atlanta, con 15,33, ma non riuscì a scrollarsi di dosso l’immagine di “bandita” due volte, per uso di eccitanti prima, di steroidi poi.

26 agosto 1999, Stadio Olimpico di Siviglia. Primo 100 in 11.10, secondo in 10.12, terzo in 10.44, quarto in 11.52 perché, come è noto, nel finale un essere umano cala. Cala anche Michael Johnson ma senza “rompere” (vista la sua corsa il paragone con il trotto viene naturale…), giusto in tempo per arrivare in meta in 43.18 con 1.11 sul brasiliano Sanderlei Parrela - distacco da cronoprologo -, privare del record del mondo il bel Butch Reynolds, diventare il più grande della storia nella combinata 200-400. Il titolo, ufficioso e formidabile, non gliel’ha ancora strappato nessuno. Uno dei più grandi “quarti” della storia: con 44.65 Mark Richardson è sesto.

12 agosto 2005, Stadio Olimpico di Helsinki. Mondiali di tenebre improvvise, sferzati da una pioggia senza fine e asta rinviata di 48 ore, l’unico giorno di estate scandinava, fresca e luminosa. Yelena Isinbaeva ringrazia la buona sorte e dopo aver a lungo sonnecchiato, risolve a 4,70, non prende neppure in considerazione la successiva misura, chiede 5,01 e li fa secchi alla seconda. Venti giorni prima a Londra era entrata nella galleria delle esploratrici superando 5,00.

29 agosto 2015, Stadio Olimpico di Pechino. Le dieci fatiche di Ashton Eaton finiscono con 4:17.52 sui 1500, tre secondi tondi peggio di tre anni prima a Eugene, quando era diventato il secondo di sempre a varcare i cancelli iniziatici dei 9000 punti, tredici in più di Roman Sebrle. Ashton, magnifico esempio di sintesi come i predecessori Daley Thompson, Dan O’Brien, Bryan Clay, ce la fa per 6 punti, 9045, e decisivo si rivela il mirabile 45.00 che aveva tirato il sipario sulla prima giornata. Per Kevin Mayer sarà dura battere il record dei campionati.

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