50 anni di Coppa Europa

18 Giugno 2015

di Giorgio Cimbrico

Se il Volga, con gli Urali, viene considerato il confine d’Europa, l’invenzione, riveduta e assai cambiata, di Bruno Zauli sta per festeggiare il 50° anniversario della sua venuta al mondo nel lembo più estremo del continente che qualcuno etichetta con l’aggettivo “vecchio”: Cheboksary, sulla sponda occidentale del grande fiume, è la Cabaqsar turca e chissà quale nome aveva quello sperduto avamposto quando i mongoli lo attraversarono sui loro veloci cavallini. Già dal nome Cheboksary, capitale della repubblica dei Ciuvasci, riporta ad antiche suggestioni. Era da quelle parti, o magari verso il Caucaso, che era diretto Michele (Mikhail) Strogoff portando nelle sacche della sella importanti messaggi dello zar?

Nel disegno di chi governa l’atletica europea sembra vivere una spinta, più che centrifuga, longitudinale, un desiderio di sfruttare sino in fondo gli estremi di un continente vasto e complesso: è un fatto che la nascita del Campionato Europeo per Nazioni, nuova etichetta apposta, sia avvenuta sei anni fa a Leiria che la carta geografica pone all’altro capo possibile rispetto alla città russa. Esistesse un volo diretto tra la città portoghese non lontana da Fatima e la scena dell’ormai prossimo fine settimana, non sarebbe più breve di cinque ore, più o meno il tempo per partire dall’Irlanda e trovarsi a sorvolare Terranova.

La memoria riporta inevitabile al tempo in cui, prima sulle sei corsie, poi sulle otto, le finaliste gareggiavano costantemente faccia a faccia, ed era sufficiente un inciampo su un ostacolo, tre nulli di un distratto saltatore o di un improvvido lanciatore a precipitare nel dramma e, parallelamente, a scatenare quello spirito di squadra che era nucleo fondatore della creatura zauliana.

I ricordi portano al tempo in cui la finale era un miraggio e la conquista un miracolo: quando l’Italia riuscì nell’impresa – era il 1970, in una Sarajevo ancora meravigliosamente multietnica, non straziata dagli obici  – il successo venne festeggiato al pari di una medaglia olimpica, di un record mondiale. La Coppa Europa era il sistema di misura di un movimento, era il termometro, era la bilancia. E scorrere le sedi dei duelli finali è, per dirla come Umberto Eco, una passeggiata nei boschi non letterari ma atletici, a cominciare dal Neckarstadion della prima edizione, per proseguire con i mattoni scuriti dal tempo dell’Olimpico di Stoccolma, con la torre svettante di Helsinki, con un Comunale di Torino che si popolò di un pubblico strabocchevole mentre la città, chiusa per ferie, sembrava lo scenario della “Donna della Domenica” di Fruttero e Lucentini, con il Lenin, non ancora Luzhniki, di Mosca, con lo stadio praghese posto sulla collina di Strahov, con l’Olimpico romano appena reduce dalla metamorfosi post Italia 90.

L’elenco può essere lungo, investire nostalgia, memoria del tempo perduto, quando la Coppa Europa era il terzo evento dopo i due eventi quadriennali che punteggiavano appena un calendario snello: Olimpiadi e Europei. Negli ultimi tempi è diventata qualcosa di più rapido consumo, collocata nella prima parte di stagione, affidata a località e a stadi meno impegnativi, in un destino che può accomunarla a un altro vecchio trofeo nato quando giocare era un piacere: la Coppa Davis. In ogni caso, buon compleanno e buon mezzo secolo. A Stoccarda (uomini) e a Kassel (donne) vinsero sovietici e sovietiche  Chissà se qualcuno o qualcuna veniva da Cheboksary, la città sul Volga.

TV - sabato 20 giugno: RaiSport 1, 13:50-15:30; RaiSport 2, 15:30-18:20, Eurosport HD, 14:00-18:30
domenica 21 giugno: RaiSport 1, 13:50-17:00, RaiSport 2, 17:00-18:20, Eurosport HD 14:30-18:30

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