2016: viaggio nel tempo

08 Gennaio 2016

Nell'attesa che l'anno olimpico sveli le sue imprese e i suoi protagonisti, passiamo in rassegna gli anniversari che cadono proprio nel 2016.


 

di Giorgio Cimbrico

Tutti gli anni che prendono il via riservano anniversari: una buona e solida garanzia per un bel tuffo nel tempo perduto e in quello da ritrovare in fretta. Fugge già troppo veloce, meglio non farsi fregare. Via con i conti alla rovescia, privilegiando le prime immagini che memoria e emozione pescano nell’archivio del vissuto, del raccontato, del tramandato.

10 anni fa, Europei di Goteborg: per la categoria degli over 42 (chilometri), Stefano Baldini unisce la cintura continentale della EA alla corona olimpica del Cio, in fondo a un lungo match tra fasci di binari. Andrew Howe batte Greg il Rosso (Rutherford) e dà il via al biennio più felice, quello del titolo continentale al coperto (8,30, come Bob Beamon…) e, a Osaka, di una vittoria mondiale vicina, vicinissima, andando a cozzare contro il miglior Saladino di sempre. Il ricordo finisce a capofitto nel rimpianto, negli insulti al destino. Rutherford, nel frattempo, ha entrato il British Slam: Olimpiadi, Mondiali, Europei, Giochi del Commonwealth.

20 anni fa, Giochi di Atlanta: sbrigare con il termine “calligrafia” la corsa di Donovan Bailey è calare una patina di banalità sulla bellezza assoluta. Michael Johnson, meno bello, fa a pezzi la percezione che avevamo sul tempo necessario per correre 200 metri. Quel 19”32 non è un record del mondo, ma una strana e nuova creatura, un meteorite, un vettore di potenza.

25 anni fa, Mondiali di Tokyo: Powell 8,95, Lewis 8,91 e altro non è necessario aggiungere. Dopo quasi un quarto di secolo, Beamon non è più sul trono. Maurizio Damilano, lucido di sudore, festeggia con lo stesso sorriso sereno un record di longevità al vertice (Mosca è ormai lontana undici anni) e torna a offrire un azzurro vincente sulle strade di Pamich.

30 anni fa, Europei di Stoccarda: Mei-Cova-Antibo e lo scintillio di azzurro evocato, come una polvere magica sparsa sul Neckarstadion, da Paolo Rosi e la corsa in avanscoperta diventata fuga di Francesco Panetta, l’unica volpe che, raggiunta dalla muta, sa ancora mostrare denti aguzzi senza farsi sbranare.

40 anni fa, Giochi di Montreal: i passi da stivali delle sette leghe di Alberto Juantorena e l’arrivo dei 5000, la parata di una generazione perduta del mezzofondo europeo e oceanico. Rinfrescatina per chi è colpito da amnesia: nell’ordine, Viren, Quax, Hildenbrand, Dixon, Foster. Tra i souvenir sonori, i “Go Bruce” lanciati dalla bella biondina, consorte di Jenner, impegnato in un duro faccia a faccia con Nikolai Avilov. Ora Bruce si chiama Caitlyn.

50 anni fa, Europei di Budapest: quando gli italiani erano re, re degli ostacoli: l’irriverente Eddy Ottoz negli alti, il compunto Roberto Frinolli nei bassi. L’uno e l’altro erano attesi nell’altura messicana dalla prova più importante.

60 anni fa, Giochi di Melbourne: la gara più dura fu arrivare laggiù mentre venti di guerra travolgevano la tregua olimpica. I giorni delle aussies Elisabeth Cuthbert e Shirley Stricklan de la Hunty, eredi di Marjorie Jackson, la gaia ragazza che quattro anni prima, a Helsinki, per prima aveva ascoltato Advance Australia Fair. Non è mai stato chiarito quale mano abbia posato il disco sul piatto, sostituendolo a quello che portava inciso God save the Queen.

70 anni fa, Europei di Oslo: primo viaggio al Nord di Adolfo Consolini e primo dei tre titoli europei. Quella luce, quell’ambiente gli sarebbero rimasti dentro, sino a portarlo a toccare i 60 metri in una festa pagana d’estate. Record mai andato a libro, ma raccontato da Gianni Brera che seguiva il gigante come un commosso cantastorie.

80 anni fa, Giochi di Berlino: l’ultima testimone rimasta se n’è andata due settimane fa. Gabre Gabric li aveva visti e conosciuti tutti: Owens e il bel Forrest Towns che sembrava uscito dalle pagine di Scott Fitzegerald, Hitler e Goebbels, lo statuario Stock che di lì a cinque anni sarebbe stato uno dei primi a capire che l’armata di Stalingrado era fregata, Claudia Testoni e le sue pene d’amore, Kitei-Son e le sue scarpette che pesavano come una farfalla.

100 anni fa, Giochi di Berlino: della prima Olimpiade non disputata è rimasto un manifesto: Apollo guida la sua quadriga, nella luce di un sole forte. La gioia lasciò il posto all’orrore della Somme e di Verdun.

120 anni fa, Giochi di Atene: Spiridon Louis in gonnella da euzone, gli studenti americani con la P di Princeton stampata grande sul maglione, i finalisti dei 100 che adottano i più strani stili di partenza (uno si regge su due bastoncini), Edwin Flak che prende le ferie dallo studio legale londinese, corre e vince 800 e 1500, prova ad assaggiare la maratona e, già che c’è, si iscrive anche al torneo di tennis. Magnifici antenati.

UN ANNO CON 366 GIORNI DI ATLETICA - Anno bisesto, anno funesto, dice l’adagio popolare. In atletica di sicuro c’è che quell’appendice al mese di febbraio che viene appiccicata ogni quattro anni ha offerto la miseria di un solo record del mondo. La data è il 29 febbraio 1992, il luogo è il Palasport di Genova, l’occasione gli Euroindoor organizzati nell’anno del mezzo millennio della scoperta di Colombo, l’autore è il francese Christian Plaziat che polverizzò il suo fresco limite dell’eptathlon soprattutto grazie a una superba prova nel salto con l’asta: a Nogent sur Oise, quattro settimane prima, il lionese aveva superato 4,90, sotto il tetto genovese 5,20, per un totale che passò da 6289 a 6418 punti.

La fama sinistra pare si debba al mondo romano, che celebrava a febbraio i giorni dei morti e, a seguire, a un medico italiano del Quattrocento, Michele Savonarola, omonimo del famoso predicatore finito sul rogo, che sosteneva l’arrivo di alluvioni e calamità assortite. Per gli anglosassoni è tutto il contrario: l’anno più lungo è anche quello propizio. Non è un caso che fu nel 1944 che venne finalmente aperto il secondo fronte con lo sbarco in Normandia, altrimenti noto come il giorno più lungo.

L’anno che dura 366 giorni coincide con due avvenimenti che da 120 anni vanno a braccetto: l’elezione del presidente degli Stati Uniti e l’Olimpiade. Non c’è dubbio che chi ha saputo cancellare i supposti cattivi influssi sia stato il marciatore messicano Raul Gonzales: nato il 29 febbraio 1952, anno bisestile, vinse l’oro nella 50 km e l’argento nella 20 km a Los Angeles ’84, altro anno lungo.

Nate entrambe nel giorno in più sono la russa Larisa Peleshenko, medaglia d’argento nel getto del peso a Sydney 2000 e finita poi nella rete dell’antidoping, e la… lenta velocista delle Salomone Pauline Kwalea, record personale 13”08, vista in occasione di rassegne mondiali fornendo prestazioni attorno ai tredici secondi e mezzo. Per rispondere al vecchio quesito (ma allora, un anno in questo formato è luttuoso o gioioso?) non resta che interpellare importanti testimoni. Ben Johnson (1988) e Kostas Kenteris (2004) votano per la prima opzione, Livio Berruti (1960), Michael Johnson (1996) e Usain Bolt (2008 e 2012) appartengono alla numerosa schiera di chi opta per la seconda.

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